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| RadioVaticana, RadioGiornale ore 14:00, domenica 14 marzo 2010 www.radiovaticana.org |
del 14/03/2010 |
CAPPUCCINI
Ad Haiti una nuova comunità dei frati cappuccini
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Dal marzo 2007 i frati cappuccini della vice Provincia della Repubblica Dominicana e Haiti hanno una fraternità nella comunità rurale di Beraud-Les Cayes, proprio ad Haiti. La fraternità è composta da 9 frati e ha la responsabilità pastorale di due comunità parrocchiali, Beraud e Abacou.
Oltre al servizio parrocchiale, i religiosi sono impegnati in attività sociali, come la promozione degli studi per i ragazzi, anche grazie all’aiuto delle adozioni a distanza; la costruzione di un ponte per migliorare il collegamento fra le comunità; la distribuzione di alimenti; il restauro di immobili e scuole; l’allestimento di condutture d’acqua per le case.
La zona in cui vivono i frati non ha subito danni durante il recente terremoto, che ha risparmiato tutti i religiosi, ma non i loro parenti, molti dei quali sono morti sotto montagne di macerie. Gli effetti del sisma pesano ancora su tutta Haiti. Manca il cibo, mancano i generi di prima necessità e molti hanno lasciato la capitale Port au Prince, tornando nei villaggI.
I frati hanno messo a disposizione la Casa di Spiritualità per accogliere i malati che non hanno trovato posto negli ospedali. (A cura di padre Egidio Picucci)
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| Avvenire, www.avvenire.it, 14 marzo 2010 |
del 14/03/2010 |
Manzella saluta Caltagirone dopo 18 anni
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CALTAGIRONE.
«Se avessi potuto seguire il mio istinto me ne sarei andato in punta di piedi portandovi tutti nel mio cuore, ma le vie del cuore sono diverse da quelle della ragione ed eccoci qui riuniti in questa nostra Cattedrale per lodare e ringraziare il Signore con un corale abbraccio carico di gratitudine e di speranza».
Sono le parole d’apertura dell’omelia del vescovo Vincenzo Manzella, che ieri pomeriggio nella Basilica di San Giuliano a Caltagirone ha ricevuto il saluto e il ringraziamento della diocesi che ha guidato per oltre diciotto anni.
«Mi accompagna - ha continuato Manzella - la serena consapevolezza di aver amato e servito questa Chiesa; l’ho amata come ho saputo amarla; l’ho servita come ho saputo servirla; non mi sono mai preoccupato del favore degli uomini né ho ricercato applausi e consensi, mi sono sforzato di agire sempre rettamente e quando ho sbagliato, ho preferito sbagliare con la mia testa anziché con la testa degli altri e in ogni caso non ho mai cessato di ritenervi figli e non mi sono mai tirato indietro davanti alle difficoltà».
Manzella - nato a Casteldaccia, arcidiocesi di Palermo, il 16 novembre 1942; ordinato prete il 1° luglio 1967; eletto alla sede vescovile di Caltagirone il 30 aprile 1991; ordinato vescovo il 29 giugno 1991; trasferito a Cefalù il 17 settembre 2009, dove è entrato a novembre - ieri davanti ad un’assemblea numerosa e attenta ha sottolineato «che il vescovo anche a costo di pagare di persona un prezzo molto alto, deve essere sempre pronto a tacere quando prudenza e carità lo esigono e sempre pronto a parlare e ad intervenire con determinazione quando verità e onestà lo reclamano».
Manzella non ha fatto una sintesi degli impegni pastorali o di quanto compiuto negli anni, ma ha ripercorso il suo ministero alla luce della parabola del «Padre misericordioso», la Parola di Dio di questa domenica, dicendo che «non basta raccontare, bisogna essere credibili e si è credibili quando si è testimoni autentici. La testimonianza autentica affonda le sue radici nell’amore. Dall’amore saremo riconosciuti, sull’amore saremo giudicati».
La diocesi calatina si trova ora a preparare l’ingresso del nuovo vescovo, Calogero Peri, che sarà ordinato sabato prossimo nella Cattedrale.
Marco Pappalardo
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| Agenzia Zenit, 14 marzo 2010, www.zenit.org |
del 14/03/2010 |
FRANCESCANI
Il confessore deve evitare il “complesso di colpa” nel penitente
Intervento di mons. Gianfranco Girotti al corso in Vaticano sulla Confessione
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di Mirko Testa
ROMA, domenica, 14 marzo 2010 (ZENIT.org).-
Il confessore deve evitare il pericolo di creare l’”angoscia del peccato” o il “complesso di colpa” nel penitente e rendere visibile l’amore misericordioso di Dio. E' quanto ha detto mons. Gianfranco Girotti [OFM Conv, NdR], Reggente della Penitenzieria Apostolica, intervenendo l'8 marzo al “Corso sul Foro interno” tenutosi presso il Papalazzo della Cancelleria a Roma.
Nel prendere la parola durante le recenti giornate di Studio sul Sacramento della Penitenza, promosse ormai da 21 anni dalla Penitenzieria Apostolica, mons. Girotti ha posto da subito l'accento sulla necessità che i sacerdoti siano consapevoli di essere “depositari di un ministero prezioso e insostituibile”.
Inoltre, ha aggiunto, “è assolutamente necessario che, per svolgere bene e fedelmente il suo ministero, ogni confessore, con uno studio assiduo, sotto la guida del magistero della Chiesa, e soprattutto con la preghiera, deve procurarsi la scienza e la prudenza necessaria a questo scopo”.
“Nei seminari, è vero, l’approccio alla confessione è solo quello della teologia o della morale”, ha ammesso. Tuttavia, per fare ben il confessore “occorrono anche conoscenze precise su quanto stabilisce la Chiesa riguardo a determinate situazioni che possono presentarsi in confessionale”.
Da qui la necessità per i sacerdoti “di prepararsi sotto il profilo culturale, psicologico e soprattutto ascetico, pensando che sono chiamati ad interessarsi di cose che non esaltano ma rivelano tutta la debolezza e talvolta la bassezza della condizione umana”.
Senza dimenticare, inoltre, che “la realtà umana è storica e dinamica, cosicché mentre il giudizio astratto può restare immutato, la valutazione degli atti concreti esige una sensibilità teologica e morale molto alta, per non accrescere l’evidente scollamento tra i fedeli e il Sacramento della Penitenza”.
In confessionale, ha continuato, si possono presentare anche i casi più impensati, che possono cogliere impreparato il sacerdote, come quando si affrontano i temi relativi alla bioetica. Per questo ha invitato a non dimenticare “che il presbitero ha sempre una parola autorevole da dire nelle delicate questioni odierne riguardanti aspetti della pratica medica”.
“Può chiedere allora un po’ di tempo, di pronunziarsi sull’accusa, e consultare la Penitenzieria Apostolica, che entra in causa nelle situazioni in cui il sacerdote non ha la facoltà di assolvere, e nei casi in cui si può trovare impreparato o a disagio”, ha suggerito.
Tra i consigli offerti ai sacerdoti il Reggente della Penitenzieria Apostolica ha evidenziato il fatto che il penitente “ha bisogno di essere incoraggiato a riporre tutta la sua fiducia nell’infinita misericordia di Dio”, per cui ogni confessione dei peccati “deve prorompere in un canto gioioso di lode e di ringraziamento al Padre che 'per primo ci ha amati'“.
Inoltre, ha ricordato, “nell’imporre la penitenza bisogna badare alla sua concreta fattibilità da parte del penitente, privilegiando quelle forme che aiutano a crescere spiritualmente, come l’assistere a una S. Messa, il fare la comunione, o anche aiutare il prossimo in difficoltà o contribuire a sostenere le opere parrocchiali, coniugando vita interiore e impegno sociale, come via maestra del cristiano impegnato”.
“Ad un penitente che torna a confessarsi dopo lunghi anni che è stato lontano dalla Chiesa è imprudente dare penitenze complesse e defaticanti, mentre ad una buona monaca di clausura ordinariamente si può assegnare una diuturna preghiera”, ha aggiunto. Nel penitente occorre però anche “curare la consapevolezza del peccato e delle sue conseguenze e far nascere la ferma decisione di aprire un nuovo capitolo nei rapporti con Dio e con il prossimo nel cuore della Chiesa”.
“E’ bene poi ricordare che il fedele che ha raggiunto l’età della discrezione è tenuto a confessare i peccati gravi almeno una volta l’anno”, e che il penitente “ha la possibilità di confessare i peccati al confessore che preferisce, legittimamente approvato, anche di altro rito”.
In più, il penitente “ha la possibilità di servirsi di un interprete”, “evitati ovviamente gli abusi e gli scandali e fermo restando l’obbligo del segreto”.
Mons. Girotti ha quindi passato in rassegna gli obblighi legati al sigillo sacramentale e al segreto dei penitenti, un tema che la Chiesa ha avuto sempre a cuore e per la cui violazione stabilisce pene severissime che risalgono al IV Concilio Lateranense del 1125, che promulgò la prima legge universale in materia.
A questo proposito, ha sottolineato che il Codice di Diritto Canonico (Can. 1550, §2, 2°) esclude, infatti, “come incapaci dal rendere testimonianza in giudizio i sacerdoti, relativamente a tutto ciò che hanno appreso nella confessione sacramentale, anche nel caso in cui sia stato il penitente a chiedere la deposizione”.
Diversamente, ha osservato, il confessore “peccherebbe d’ingiustizia verso il penitente e di sacrilegio nei confronti del sacramento stesso”, tradendo “la fiducia che il fedele ripone in lui, in quanto ministro di Dio” e rendendo “odioso il Sacramento della Penitenza agli occhi dei fedeli”.
Mons. Girotti ha poi ricordato che il Nuovo Codice di Procedura Penale entrato in vigore in Italia nel 1989 “riconosce il sigillo sacramentale, come parte del segreto professionale accordandovi una particolare tutela” e vincola al sigillo sacramentale esclusivamente il confessore, mentre “tutte le altre persone che per qualsiasi ragione venissero a conoscenza del contenuto di una confessione, come per es. l’interprete o altri che eventualmente ascoltassero, sono vincolati, invece dal segreto”.
“Tale distinzione di responsabilità determina, infatti, in caso di violazione, una diversità di pena”, ha spiegato.
Inoltre, ha proseguito mons. Girotti, “il sacerdote è tenuto al sigillo sacramentale verso chiunque, compreso il penitente. Se, infatti, il confessore desidera parlare con il penitente dei peccati confessati occorrerà il suo permesso, a meno che ciò non avvenga immediatamente dopo la confessione - in tale ipotesi questo sarebbe da considerarsi come la continuazione morale della confessione - oppure il penitente stesso, in successivi incontri, ritorni su qualche considerazione relativa alla precedente confessione”.
Inoltre, ha precisato, “neppure la morte del penitente potrà sciogliere il confessore da questo vincolo.
Infine, mons. Girotti ha ricordato che la Chiesa, a partire da un decreto emanato nel 1988 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, punisce con particolare severità anche “chi viola il segreto relativo alla confessione, registrando per mezzo di strumenti tecnici oppure divulgando per mezzo di strumenti di comunicazione sociale, ciò che viene detto dal confessore e dal penitente”.
“In questo caso - ha concluso -, l’interessato incorre nella pena specifica della scomunica latae sententiae”.
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| Agenzia Zenit, 14 marzo 2010, www.zenit.org |
del 14/03/2010 |
Le reliquie di Sant'Antonio in Sri Lanka per favorire la pace
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ROMA, domenica, 14 marzo 2010 (ZENIT.org).-
Domenica 7 marzo, le reliquie di Sant'Antonio hanno lasciato per la prima volta in 750 anni Padova per compiere un pellegrinaggio nello Sri Lanka.
L'iniziativa ha voluto celebrare il 175° anniversario della Basilica di Kochchikade, dedicata al santo francescano, ed è stata realizzata a seguito della richiesta personale avanzata da monsignor Malcom Ranjith, Arcivescovo della capitale Colombo, ai custodi delle reliquie.
Migliaia di persone, cattoliche e non, hanno accolto le reliquie pregando per "la pace e l'unità del Paese", riferisce l'agenzia AsiaNews.
Alla Messa di benvenuto, presieduta da monsignor Ranjith insieme a monsignor Joseph Spiteri, Nunzio Apostolico in Sri Lanka, erano presenti sacerdoti diocesani, laici, religiose e i due delegati giunti da Padova con le spoglie del santo.
Durante il rito, l'Arcivescovo di Colombo ha invitato i fedeli a "seguire l'esempio di Sant'Antonio" e imparare da lui a "ricostruire le nostre vite".
Alla cerimonia hanno partecipato circa 5.000 persone, tra cui la moglie del Presidente, Shiranthi Rajapaksa, politici cattolici, monaci buddisti e fedeli di altre religioni.
Le reliquie di Sant'Antonio hanno poi lasciato la Basilica di Kochchikade per raggiungere la Diocesi di Galle, nel sud del Paese.
Nei prossimi giorni, le spoglie del santo peregrineranno in tutto lo Sri Lanka come "segno di pace e di speranza".
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| www.custodia.org [Terra Santa], 14 marzo 2010 |
del 14/03/2010 |
SBF Taccuino - Prossima apertura della sinagoga Hurva
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Il restauro e la ricostruzione della sinagoga Hurva nella città vecchia di Gerusalemme sono giunti alla conclusione, la consacrazione è prevista per lunedì 15 marzo. La Compagnia per la ricostruzione e lo sviluppo del quartiere braico ha completato il restauro degli affreschi della sinagoga.
Una notevole difficoltà nella conservazione e nei restauri interni della sinagoga, centro della vita dell’antica Gerusalemme fino alla sua distruzione avvenuta per mano araba nel 1948, è stata quella di occuparsi dei molti cambiamenti avvenuti negli anni alla sinagoga. Le tende dell’Arco Santo, gli affreschi, le lampade, i pulpiti e altre parti della sinagoga hanno subito varie modifiche, per cui i restauratori si sono trovati nella necessità di decidere su quale periodo si sarebbe dovuto basare il restauro.
Gli affreschi che hanno decorato i muri della sinagoga durante la sua esistenza tra il 1864 e il 1948 talvolta hanno subito cambiamenti, ed è stato necessario prendere una coraggiosa decisione per scegliere quali pitture storiche avrebbero dovuto decorare l’edificio ricostruito.
In fine, dopo un’appassionante dibattito, il comitato direttivo con a capo Nissim Arazi, direttore della Compagnia per la ricostruzione e lo sviluppo del quartiere ebraico, ha deciso, basandosi sullo stile dei dipinti passati, che ogni muro della sinagoga avrebbe dovuto mostrare un dipinto di una delle diverse città sante della Terra di Israele: Gerusalemme (la Torre di Davide), Betlemme (la Tomba di Rachele), Tiberiade (una vista del Lago di Galilea e l’antico insediamento), e Hebron (la Grotta dei Patriarchi).
Betlemme è stata compresa sebbene non sia una delle quattro tradizionali città sante, che includono anche Tzfat.
Il restauro degli affreschi ha richiesto la ricerca degli artigiani che decorarono di volta in volta la sinagoga nei diversi periodi, un’approfondita analisi dei metodi e tecnologie di pittura di ogni periodo, l’esame delle fotografie storiche per un confronto dei colori tra foto in bianco e nero e quelle a colori, l’analisi delle composizioni dei dipinti anche attraverso il confronto tra i periodi, e l’analisi della questione riguardante gli affreschi nelle sinagoghe in generale e nella sinagoga Hurva in particolare.
Il ricercatore e architetto specializzato in restauri dell’Israel Antiquities Authority, Faina Milstein, ha identificato tre stadi principali nello sviluppo dei dipinti nella sala della preghiera, ognuno dei quali ha subito interventi su diversi elementi: il primo - dal 1864 fino agli anni Venti, il secondo - dagli anni Venti fino agli inizi degli anni Quaranta del ventesimo secolo, e l’ultimo - dal 1940-41 fino alla distruzione della sinagoga avvenuta nel 1948.
Nella prima fase gli affreschi si concentravano sul livello superiore della sala di preghiera e non coprivano completamente tutti i muri della sinagoga. In seguito furono aggiunti dipinti che ricoprivano ampiamente i muri, decoravano i bordi delle pareti e i cornicioni, le pareti tra gli archi e la cupola.
Per la realizzazione delle pitture attuali, disegnate dall’architetto Nahum Meltzer ed eseguite dall’artista Yael Kilmenik, è stata condotta una ricerca sui materiali da adoperare. Meltzer ha scelto di rimanere fedele al progetto originario, che metteva in risalto l’Arco Santo e il pulpito sullo sfondo delle pareti liscie e luminose in contrasto con il colore del legno, e che generava, guardando in alto, il rilievo delle cornici delle pareti e della cupola.
Kilmenik ha lavorato e si è formato con la compagnia francese Cite de la Creations, che si occupa di affreschi, e negli ultimi anni è intervenuto su tutti gli affreschi di grandi dimensioni a Gerusalemme.
L’artista si è servito di colori acrilici adatti a muri esterni. Alcuni dei dipinti sono stati eseguiti direttamente sulle pareti, mentre altri sono stati realizzati su tela e più tardi fissati al loro posto nella sinagoga. Nel complesso sono stati dipinti circa 30 metri quadrati di affreschi a cui vanno aggiunti altri 80 metri di decorazioni. I dipinti più estesi sono ispirati un verso al Salmo 137: “Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre”.
La sinagoga sarà inaugurata alla vigilia del Rosh Chodesh (il primo giorno del mese ebraico) Nissan, 5770 (il giorno in cui fu terminata la realizzazione del tabernacolo biblico), in presenza di ministri, membri del Knesset, rabbini e altri dignitari.
Presso la sinagoga sarranno tenuti servizi regolari di preghiera e visite guidate. Nella settimana di apertura, la Compagnia per la ricostruzione e lo sviluppo del quartiere ebraico garantirà visite gratuite durante il giorno, in serata vi sarà una presentazione con suoni e luci.
Adattamento: R.P. Fonte: Yoni Kempinski, Arutz Sheva (3 marzo 2010)
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