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AFORISMI DELLA LETIZIA FRANCESCANA
Crispino nacque a Viterbo, nella contrada
detta del Bottarone, il 13 novembre 1668; fu battezzato il
15 dello stesso mese nella chiesa di S. Giovanni Battista
col nome di Pietro. Dall'atto di battesimo vengono fuori anche
i nomi della mamma, Marzia, del padre, Ubaldo Fioretti, e
del padrino, Angelo Martinelli. Ubaldo, che aveva sposato
Marzia già vedova con una figlia, era un artigiano
e uscirà presto dalla scena, lasciando Pietro orfano
in ancor tenera età, e Marzia vedova per la seconda
volta. Il suo posto sarà preso dal fratello. Francesco,
un calzolaio a lui molto affezionato e che al nipotino fece
frequentare le scuole dei gesuiti e che quindi accolse come
apprendista nella sua bottega di calzolaio.
Pietro rivestí l'abito cappuccino il 22 luglio 1693,
giorno della Maddalena, assumendo il nome con cui è
conosciuto nella storia della santità: Crispino da
Viterbo, e al compiersi dell'anno della prova, il 22 luglio
1694, fu trasferito a Tolfa, dove rimase quasi tre anni, fino
al mese di aprile del 1697. Passato a Roma, vi sostò
appena qualche mese; dal 1697 fino all'aprile 1703 dimorò
ad Albano, di dove passò a Monterotondo; qui rimase
quasi ininterrottamente per oltre un sessennio, fino all'ottobre
1709; si recò quindi ad Orvieto, dove fu ortolano fino
al mese di gennaio del 1710, quando cominciò ad esercitare
l'ufficio di questuante. Cominciavano cosí i quasi
quarant'anni di vita orvietana, interrotti da una breve permanenza
a Bassano (ultimi mesi del 1715) e a Roma (metà maggio
- fine ottobre 1744). Finalmente, il 13 maggio 1748, vi fu
la partenza definitiva per l'infermeria di Roma, dove morirà
il 19 maggio 1750.
Fra Crispino fu beatificato il 7 settembre 1806 e, finalmente,
canonizzato il 20 giugno 1982.
In un profilo biografico di fra Crispino da Viterbo rimarrebbe
una incolmabile lacuna se non si accennasse ai suoi aforismi:
detti, sentenze, massime, riflessioni o esclamazioni in cui
egli, da autentico maestro, sapeva condensare il succo delle
sue convinzioni piú profonde e dei suoi sentimenti.
Uomo riflessivo e cortese, aveva il gusto delle similitudini
e delle immagini. Soprattutto, sapeva trovare parole e modi
giusti, quando si trattava di "avvertire" gente
di qualsiasi condizione. Lo notò con felice intuito
il fratello laico Domenico da Canepina, di 43 anni, che ai
processi depose: "Nel dare li suoi santi avvertimenti,
costumava una maniera dolce e cortese, mostrando di santamente
scherzare, e indirizzando il discorso quasi ad una terza persona
per meglio venire con prudenza al suo intento...".
Alcuni degli aforismi di fra Crispino seguitarono ad essere
ripetuti a lungo. Ne fan fede non solo i processi canonici
dove sono riferiti in gran numero, ma capitava anche di sentirli
citare per le vie e nelle case, tanto è vero che un
cappuccino, p. Giuseppe Antonio dalla Valtellina, predicando
la quaresima nei castelli dell'Orvietano (Sugano, Torre, Sala
e S. Venanzio), credette opportuno commentare " detti
e massime " di fra Crispino, e la gente accorreva per
sentirli ripetere, anche perché era convinta della
loro efficacia.
Ne citeremo alcuni anche qui, senza la pretesa di esser completi
o di inquadrarli nel contesto in cui furon detti, cosa che
richiederebbe troppo spazio.
Spesso, alzando gli occhi al cielo, fra Crispino esclamava:
"Oh, bontà divina!". Oppure, invitando ad
ammirare il creato, diceva: "Che grande Iddio, che grande
Iddio!". Spesso gemeva: "Oh Signore, perché
tutto il mondo non vi conosce e non vi ama ?"; ed esortava:
"Amiamo questo Iddio perché lo merita"; "Ama
Dio e non fallire, fa pur bene e lascia dire"; ammoniva
i mercanti: "Avvertite, non fate il Meo, ché Iddio
ci vede". E ancora: "Chi non ama Dio è matto";
"Chi ama Dio con purità di cuore, vive felice
e poi contento muore "; "Chi fa la volontà
del Signore, mai gli accade cosa alcuna in contrario".
In tempo di grave carestia, esortava cosí alla fiducia
nella divina Provvidenza: "Poni in Dio la tua speranza,
ché averai ogni abbondanza"; "La divina Provvidenza
piú di noi assai ci pensa"; nella stessa occasione,
a chi domandava come avrebbe provveduto alle necessità
del convento, dove la famiglia si era accresciuta di sette
studenti, fra Crispino rispondeva "che non ci pensava
niente, ma che aveva tre gran proveditori", cioè
Dio, la Madonna e san Francesco.
Sentendo suonare la campana per la preghiera, si licenziava
con dire che "lo chiamava il suo Signor Padre ";
e a fra Francesco Antonio da Viterbo dichiarò: "Paesano,
quanto facciamo, tutto l'abbiamo da operare per amor di Dio...
Io non alzerei neppure una paglia che non fosse per la gloria
del Signore"; facendo altrimenti, "sarebbe stato
martire del demonio".
Frequentissime, sulla lingua di fra Crispino, erano "le
sue sante massime" sulla Madonna, che chiamava "la
mia Signora Madre": "Chi è devoto di Maria
santissima non si puol perdere"; "Chi ama la Madre
e gl'offende il Figlio, è un finto amatore"; "Chi
offende il Figlio non ama la Madre"; "Non è
vero devoto di Maria chi disgusta il suo divin Figliuolo coll'offese".
E insegnava a ripetere: "Maria santissima, siatemi luce
e scorta particolarmente nel punto della mia morte".
Quando veniva sollecitato a pregare la Madonna per casi gravi
(ordinariamente si chiedevano miracoli) egli diceva: "Lasciami
parlare un poco con la mia Signora Madre, e poi ritorna";
oppure: "Mandarò un memoriale alla mia Signora
Madre, e poi ne vedremo il rescritto"; e non sempre il
rescritto era quale lo si sarebbe voluto, come nel caso di
Francesco Laschi, al quale disse: "La mia Signora Madre
non ha sottoscritto il memoriale da me porto per la salute"
di tuo figlio.
Sono molto numerosi i detti riguardanti i novissimi. Fra Crispino
compie ogni atto alla luce dell'eternità che l'attende,
e vuole che nessuno perda di vista questa realtà, gioiosa
oppure terribile, a seconda di come si sarà vissuto.
A suor Maria Costanza annunzia la prossima, imprevedibile
fine con le parole "Chi nasce, muore". A chi era
attaccato alle vanità del mondo, ricordava: "Ogni
giorno ne passa uno". Incoraggiava malati e tribolati
con dire: "Il patire è breve, ma il godere è
eterno ", oppure: "Tanto è il bene che mi
aspetto, che ogni pena mi è diletto ", "Iddio
me l'ha data, Iddio me la leverà: sia fatta la sua
santissima volontà". A chi lo compassionava per
le sue sofferenze, rispondeva allegramente: "Quando vuoi
patire per amor di Dio, quando sei morto? ", oppure:
"Eh, che volemo aspettare a patire quando siamo nel pilozzo?
", e per "pilozzo" intendeva la fossa nel cimitero.
Piú spesso ammoniva: "In paradiso non si va in
carrozza ", "Il paradiso non è fatto per
li poltroni ", "In paradiso non ci si va colle pianelle".
Il pensiero dell'inferno gli faceva sovente esclamare: "Oh
eternità, oh eternità ", anche se era convinto
che "si dura piú fatica per andare all'inferno
che per acquistare il santo paradiso colle sante operazioni";
ed aggiungeva: "La morte è una scuola da far mettere
giudizio a quanti matti s'attaccano al mondo". E lui,
i matti che incontrava, li aiutava a mettere giudizio in tempo.
Ai mercanti diceva: "Avvertite che Dio vede il contratto
e la mercede"; a un tale che. stava dirigendosi verso
certe case, disse: "E' tempo di mutar strada, se vuoi
mutar fortuna per il cielo e per la terra". E ancora
ammoniva: "Le cose mondane non conducono a Dio";
"Chi è interessato, è dannato". Ma
piú spesso cercava di infondere sentimenti di fiducia:
cosí, a coloro che gli chiedevano se si sarebbero salvati,
"prontamente rispondeva che, se avessero avuta speranza
di salvarsi, si sarebbero salvati"; "insinuava sempre
che la misericordia di Dio era infinita"; "La misericordia
di Dio, signora, è grande. Si liberi dalla cattiva
pratica con una buona confessione"; "La potenza
di Dio ci crea, la sapienza ci governa, la misericordia ci
salva". Alla signora Paola Schiavetti, angosciata da
scrupoli, rispose: "Quando l'uomo fa dal canto suo tutto
ciò che sa e puole, nel restante deve gettarsi nel
mare delle misericordie di Dio".
Particolarmente numerosi sono pure i detti di fra Crispino
circa la vita religiosa tra i cappuccini, a proposito della
quale esclama: "Oh quanto siamo obbligati al Signore,
che ci ha chiamati alla santa religione". In essa egli
serví portando bisaccia e fiasche, che erano "la
sua croce ", "ma quanto era maggiore quella di Cristo
!". Piú d'una volta ebbe a dire che la croce dei
religiosi "era di paglia a paragone di quella de' secolari;
e senza veruna uguaglianza le croci che portavano i secolari,
benché di ferro, potevano paragonarsi a quella che
portò" Cristo. Aveva perciò una visione
piuttosto pessimistica della vita religiosa quale era vissuta
nel suo tempo. Voleva che fosse impegnata, austera e materiata
di opere. Soleva ripetere: "Figliuoli, operate fino che
siete giovani, e patite volentieri, poiché quando uno
è vecchio, non vi resta se non la buona volontà".
Lui tanto garbato nell'"avvertire", quando si trattava
di religiosi, lasciava volentieri da parte immagini e allegorie.
Cosí, a fra Francesco Antonio da Viterbo che si era
arrabbiato contro il guardiano, disse di punto in bianco:
"Paesano, se vuoi salvarti l'anima, hai da servare le
seguenti cose: amar tutti, dir bene di tutti e far bene a
tutti". A un altro suggerí: "Se voi volete
vivere contento nella comunità religiosa, dovete osservare,
tra le altre, queste tre cose: cioè soffrire, tacere
ed orare".
Era particolarmente severo contro chi veniva meno al voto
di obbedienza. Ammoniva: "Chi non obbedisce è
un anima morta innanzi a Dio ed al padre san Francesco, ed
un corpo inutile alla religione"; "...rassomiglia
ad un giovane senza giudizio, mentecatto e torbido in una
famiglia, il quale è solamente buono per inquietare
e disturbare gli altri e fare confusioni"; "...è
come un corpo morto in una casa, che a nulla altro serve se
non ad appestarla con il suo fetore".
Esortava a sovvenire i poveri che si presentavano alla porta,
e diceva che Dio avrebbe provveduto in abbondanza, "quando
avessimo tenute aperte le due porte, cioè quella del
coro alla maggior gloria del Signore, e quella della portaria
a beneficio de' poveri"; e ancora: "la porta mantiene
il convento".
Fra Crispino era esigente con i religiosi, ma non pessimista
nei confronti dell'Ordine: reputava una grande grazia poter
in esso servire Dio. Incontrando un fanciullo orvietano, Girolamo,
figlio di Maddalena Rosati, gli prediceva che sarebbe stato
cappuccino, cantarellandogli: "Senza pane e senza vino,
fraticello di fra Crispino". Il ragazzo si fece frate
col nome di Giacinto da Orvieto e morí ancor chierico
a Palestrina, appena ventunenne, nel 1749.
Ma vi è pure tutta una serie di aforismi che si direbbero
congeniali all'indole di fra Crispino. Con essi egli celia
allegramente su fatti e situazioni non di rado penosi, con
un inesauribile senso di humour. Il droghiere orvietano Francesco
Barbareschi, tormentato dalla podagra, era da fra Crispino
invitato lepidamente "a prender l'asta d'Achille, cioè
la vanga, e faticare nella villa Crispigniana, chiamando cosí
il suo orticello, ove seminava l'insalata e piantava gli erbaggi
per i benefattori". Bruciante come una frustata in faccia,
la risposta data a un altro che gli chiedeva di esser guarito
dallo stesso male: "Il vostro male è piú
di chiragra che di podagra, perché... non pagate chi
deve avere: li vostri operai e servidori piangono...".
Alla principessa Barberini, che voleva veder guarito subito
il figlio Carlo rispose: "Eh, non ti basta che guarisca
nell'Anno Santo ? ... Eh, che vuoi pigliare il Signore per
la barba? Bisogna ricevere da Dio le grazie quando lui le
vuol fare". A Cosimo Puerini, dispiacente di dare in
elemosina una fiasca di vino buono, Crispino dice: "Eh,
che vuoi fare il sagrificio di Caino?". Dopo che un cappuccino
era scampato per miracolo alla morte nel tentativo di attraversare
un fiume in piena, fra Crispino cantarellò: "Torbida
si vede, torbida si lassa; son un gran matto, se si passa".
A fra Crispino capitava spesso di dover parlare di se stesso...
per aiutare gli altri a farsi sul suo conto un'idea piú
rispondente a verità. Cosí almeno la pensava
lui, che volentieri faceva eco ai suoi denigratori con dire:
"sono peggiore dei merangoli, da' quali pure se ne ricava
un poco di sugo, ma da me cosa vogliono ricavare?". Per
sottrarsi a lodi ed ammirazione, fra Crispino ricorreva spesso
ad immagini e similitudini. A chi gli diceva di non rovinare
la minestra con l'assenzio, rispondeva: "Ogni amaro tenetelo
caro", oppure: "Questo assenzio se non è
secondo il gusto, è secondo lo spirito". A chi
lo compassionava vedendolo camminare sotto la pioggia, diceva:
"Amico, io cammino tra una goccia e l'altra ", oppure
tirava in ballo la sua "sibilla "che gli teneva
"l'ombrella sopra il capo "o gli portava le pesanti
bisacce.
Essendo andato a visitare il cardinale Filippo Antonio Gualtieri,
questi gli chiese perché mai, per l'occasione, non
avesse indossato un abito e un mantello un poco migliori.
E Crispino "al solito con una facezia rispose, allargando
il mantello, che questo riluceva da tutte le parti, volendo
significare che era logoro e sbucato". A chi si esaltava
per i suoi miracoli, diceva: "Eh via, di che vi meravigliate?
Non è già cosa nuova che Dio faccia miracoli";
"E non sai, amico, che san Francesco li sa fare i miracoli?".
A Montefiascone, al popolo che gli tagliuzzava il mantello
per farne reliquie, gridava: "Ma che fate, o povera gente!
Quanto sarebbe meglio che tagliaste la coda ad un cane ! ...
Che siete matti? tanto fracasso per un asino che passa! Andate
in chiesa a pregare Iddio!".
L'umile bestia da soma tornava spesso nei discorsi di fra
Crispino, e nelle sue parole non c'è alcunché
d'affettato. Un giorno disse al p. Giovanni Antonio: "Padre
guardiano, fra Crispino è un asino, ma la capezza che
lo guida sta nelle vostre mani; però, quando volete
che vada o si fermi, tirategli o allentategli la capezza".
Quando si faceva aiutare a porsi sulle spalle le bisacce,
"tutto allegro e gioviale egli diceva: Carica l'asino
e va alla fiera"; e a chi gli chiedeva perché
mai non si coprisse il capo contro la pioggia o il sole, rispondeva
"facetamente: Non sai che l'asino non porta il cappello?
e che io sono l'asino dei cappuccini?". Ma alcune volte
soggiungeva con serietà: "Sai perché non
porto la testa coperta ? Perché rifletto che sempre
sto alla presenza di Dio".
Mariano D'Alatri
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