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Ignazio da Santhia

(1686-1770)

"APOSTOLO DEL PIEMONTE"

Lorenzo Maurizio - cosí il suo nome di battesimo - era il quarto tra sei figliuoli dell'agiata famiglia di Pier Paolo Belvisotti e Maria Elisabetta Balocco, nato il 5 giugno 1686 a Santhià (Vercelli). Rimase orfano di padre a sette anni e la madre provvide alla sua formazione affidandolo ad un pio e dotto sacerdote, suo parente. Passò poi a Vercelli per gli studi superiori e nel 1710 venne ordinato sacerdote. L'ammirazione che tosto si accaparrò in Vercelli lo fece richiedere dalla nobile famiglia Avogadro come istruttore dei figli, ai quali si aggiunsero altri fanciulli.

La natia Santhià, desiderando avere il suo cittadino, lo elesse canonico rettore della insigne collegiata di Santhià. A loro volta gli Avogadro lo elessero parroco della pievania di Casanova Elso di cui godevano il giuspatronato. Ma don Belvisotti tanto conteso, senza prendere possesso né dell'uno, né dell'altro dei due benefici, un bel giorno fuggí a Torino ottenendo dal ministro provinciale dei cappuccini di essere ammesso tra di loro come novizio.
"Ma perché rompere sí bella carriera cosí feconda di frutti spirituali?". Fu l'obiezione del padre provinciale. "Padre, sopra questi trionfi il mio cuore non riposa. Sento in fondo all'anima una voce che mi ripete: Se vuoi trovare pace devi fare la volontà di Dio attraverso l'obbedienza". Cosí don Belvisotti divenne fra Ignazio da Santhià nel noviziato di Chieri il 24 maggio 1716. La sua fermezza nel tendere alla perfezione, l'osservanza piena, premurosa, spontanea e gioiosa della vita cappuccina, gli attirarono l'ammirazione anche dai piú anziani religiosi del noviziato.

Dopo il noviziato a Chieri (1716-1717) e dopo il professorio di Saluzzo (1717-21), Ignazio fu richiamato tra i giovani novizi di Chieri, poi nel 1727 al Monte di Torino per un breve corso di complemento teologico, come prefetto di sacrestia e confessore dei secolari. Nel capitolo provinciale del 31 agosto 1731 fu eletto vicario e maestro di noviziato a Mondoví. In quattordici anni di magistero il beato firmò la professione di 121 novizi, alcuni dei quali, distintisi nella virtú, moriranno in fama di santità. Commoventi le testimonianze di questi religiosi circa la virtú del loro maestro. P. Ignazio sapeva infondere nei giovani la passione per l'osservanza della regola e delle costituzioni; il suo genio brillava nel ricondurre la varietà delle pratiche all'unità del loro principio generatore: l'amore.

Certo anche l'amore ha il suo rigore: il maestro era irremovibile sul principio dell'abneget semetipsum; ma qui appunto brillava il suo talento pedagogico. Egli sapeva entusiasmare i giovani alla virtú, al sacrificio, né voleva imporre un atto di rigore che non fosse entrato prima nel "gioco dell'amore ", come usava esprimersi. La somma discrezione e la tenerezza definita "materna" gli accaparrarono somma venerazione e irresistibile penetrazione educativa nello spirito dei suoi giovani. Ad un novizio, divenuto missionario nel Congo, ossia Bernardino da Vezza, e impedito per una grave oftalmia di continuare nell'attività apostolica, fece dono dei propri occhi addossandosi la malattia del discepolo con un atto eroico. Il missionario guarí, ma il povero maestro fu colpito cosí violentemente dal male da vedersi costretto a lasciare l'ufficio "con sommo rincrescimento di tutta la famiglia religiosa". Il beato non si pentí mai di questa offerta, né si meravigliò di quella malattia: la croce doveva ben portarla qualcuno! Esonerato dall'ufficio di maestro di noviziato, P. Ignazio non si credette un soggetto da… pensione e continuò al Monte di Torino la sua efficace opera di insegnamento ai religiosi.

Ufficialmente Ignazio non fu predicatore; ma quando l'obbedienza lo incaricò di tenere ogni domenica il catechismo ai fratelli laici e poi di predicare gli esercizi spirituali alla famiglia religiosa del Monte, non esitò ad accettare ed il successo fu tale che ai suoi catechismi intervenivano anche i superiori, i professori di teologia e i predicatori con grande entusiasmo. Dei due corsi di esercizi spirituali annuali, uno era sempre riservato a lui ed era il piú frequentato; anzi volevano intervenire anche i religiosi assegnati all'altro corso "allettati dallo spirito che parlava in lui". "Parlava a tutti con libertà evangelica e senza adulazione, accoppiando rispetto e verità nel riguardo dei superiori, da lui considerati come maestri". Le sue osservazioni praticissime sapevano arrivare cosí a proposito che "curavano le piaghe senza inasprirle, anzi con aggradimento e profitto di tutti". A chi gli osservò un giorno che le sue parole circa i doveri dei superiori cantavano un po' troppo chiaro, P. Ignazio rispose con dignità e sicurezza: "Io parlo di tutti e di nessuno; quanto dico, lo leggo sul Crocifisso". Le sue parole non erano che brevi scintille del grande incendio che gli divampava nell'anima e lo moveva a fare assai piú di quanto proponeva ai confratelli; sicché tutti sentivano in lui uno di quei "grandi nel regno dei cieli, che prima fanno e poi insegnano".

Cosí per piú di vent'anni consecutivi egli fu al Monte come "la lampada sul candelabro", luce di dottrina e fiamma di carità. La sua predicazione domestica non cessò che due anni prima della sua morte, a ottantadue anni. Quando nel 1744 il Beato venne esonerato dal magistero dei novizi, in Piemonte infieriva la guerra contro la Francia e con la guerra anche la pestilenza. Il re di Sardegna Carlo Emanuele III volle i cappuccini come cappellani militari e il p. Ignazio senza esitare corse ad Asti, Alessandria, Vinovo, dovunque il campo di battaglia faceva spostare l'ospedale militare. Per due anni circa l'ex-maestro di alta ascesi divenne il buon samaritano intento a consolare, a curare le piaghe dei feriti.

Diversi confratelli caddero vittime delle epidemie. Nel 1746 la battaglia contro i nemici e contro la peste era terminata e il p. Ignazio tornava al Monte dei cappuccini che sarà, nell'ultimo venticinquennio della vita, il quartiere della sua milizia serafica e pacifica, dove farà collimare l'eroismo di tutte le virtú con la prodigiosa efficacia delle sue benedizioni. I poveri e gli ammalati di Torino conobbero presto il cuore immenso del cappuccino, che si aggirava spesso per le vie della città e a lui ricorrevano senza timore d'importunarlo; sapevano che non temeva di bussare alle porte dei ricchi, che anzi le sue grandi benemerenze non gli facevano stendere la mano invano e i nobili si facevano un vanto di collaborare con il padre come ministri della divina Provvidenza. Cosí il povero cappuccino del Monte, affratellatosi ai poveri, tenne viva in Torino quella tradizione di carità e di beneficenza. La carità non è di solo pane. Le benedizioni portate dal padre agli infermi nelle soffitte o richieste al Monte da processioni gemebonde o di lassú inviate, col suono dell'Angelus di mezzodí, portavano, fra i doloranti, effetti prodigiosi di guarigioni istantanee.

Per oltre vent'anni il beato fu anche il confessore piú ricercato come efficace medico dei traviati. "Cacciatore di birbe "era stato battezzato dal marchese Roero di Cortanze che lo frequentava; da altri addirittura "rifugio dei birbanti"; ma si sapeva che cadere nelle sue reti equivaleva cadere nelle braccia della misericordia di Dio!. Prelati eminenti, come il card. Carlo Vittorio Amedeo delle Lanze, o l'arciv. di Torino Giovanni Battista Roero lo onoravano della loro ammirazione e devozione. Ma egli preferiva la compagnia degli umili e dei poveri. Frammisti ai "birbanti "entravano pure nel "garibotto" - lo stanzino dove il padre confessava solo gli uomini - anche le anime piú privilegiate: sacerdoti, religiosi e specialmente i confratelli del Monte. I frutti erano noti a tutti. Al Monte si ripeteva senza esitazione: "Chi vuol essere ben servito, vada dai penitenti del padre Ignazio".

Il beato passò gli ultimi due anni (1768-70) nell'infermeria del suo convento, continuando a benedire, a confessare, a consigliare quanti a lui ricorressero. La sua vita appariva ormai assorbita e trasformata in quel Crocifisso che egli non sapeva allontanare dal suo sguardo. Nel penultimo mese di vita (agosto 1770) fu sorpreso nella cappella dell'infermeria ritto dinnanzi al crocifisso dell'altare, con le braccia stese in croce, immobile, il corpo sollevato da terra. Non era la prima volta che si costatava come l'intimo ininterrotto colloquio con Dio talmente lo estraniasse da costringere confratelli e novizi a scuoterlo parecchio per farsi udire.

Frutto di questa sua conversazione celeste e caratteristica della sua vita penitenziale fu la continua gioia che gli cantava nell'animo e sprizzava dal sorriso Quanti lo osservavano furono costretti a confessare: "Ma questo frate ha la gioia del paradiso in faccia!". Di questa gioia fu infiorata tutta la sua vita: e non possiamo dire "nonostante le penitenze della sua vita cappuccina in pieno regime", ma appunto in consegnenza e in proporzione delle sue penitenze - cosí osservarono e testimoniarono i confratelli - andava aumentando la sua gioia sovrumana. "Questa valle di lacrime - dice il suo ex novizio padre Giacinto da Pinerolo - parevagli trasformata in un giardino di delizie, e ciò perché volentieri pativa per chi tanto amava". Questa gioia, vero frutto dello spirito, era la genuina perfetta letizia francescana che il beato non cessò mai di inculcare anche nei tipi piú lacrimosi o negli animi piú scrupolosi: "laetari et benefacere - andava canterellando a questi tali - e lascia cantar le passere!".

L'agonia lo colse raggiante. "Padre guardiano, si legge di certi santi che di fronte alla morte tremarono; io, invece mi sento tanto tranquillo al punto che temo di confidare troppo; mi faccia la carità di un suo consiglio!". La voce rassicurante di chi faceva le veci di Dio lo tranquillizzò. Suonava la mezzanotte del 22 settembre 1770, all'invito del superiore: "Partiti, anima cristiana... Amen", il padre Ignazio, come rispondendo all'appello per ricevere un'ambita onorificenza, compiva il suo ultimo viaggio.

La fama della sua santità e i numerosi prodigi attribuiti alla sua intercessione fecero presto avviare il processo di canonizzazione. Dopo la causa ordinaria, nel 1782 fu introdotto il processo apostolico. Il 19 marzo 1827 Leone XII ne proclamava l'eroicità delle virtú e il 17 aprile 1966 Paolo VI procedeva alla solenne beatificazione.

Pasquale da Bra

 

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