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Fratello della Beata Gianna Beretta Molla

P. ALBERTO BERETTA MEDICO DELLE ANIME E DEI
CORPI NEL NORD EST BRASILIANO

Fratello di Gianna Beretta Molla, beatificata da Giovanni Paolo II il 24 aprile 1994, il cappuccino P. Alberto da Milano ha onorato la famiglia quanto lei non solo per averne condiviso la professione, ma soprattutto per averne emulato le virtù. Cresciuti alla stessa scuola di fede e di religiosa pietà in una famiglia che metteva al primo posto Dio, crebbero insieme ad altri undici fratelli, uniti dalla passione per lo studio e laureandosi in medicina, decisi a impegnarsi in una zona povera del Brasile, a servizio degli emarginati.
P. Alberto nacque il 28 agosto 1916 e si laureò in medicina nel 1942: fin da giovanissimo avrebbe voluto avviarsi alla vita religiosa, ma ”la cartolina di precetto - scrive il fratello don Giuseppe - lo tolse dal convento cappuccino di Lovere, dove stava iniziando il noviziato, e lo portò a Firenze a fare il corso di allievo ufficiale. La caduta del regime e la disorganizzazione dell’esercito lo riportarono a casa. Non volendo aderire alla Repubblica di Salò, si diede alla macchia in montagna e poi passò in Svizzera dove, dopo un breve tirocinio nell’ospedale di Zofinghen, chiese di poter frequentare i primi due anni di teologia nell’università cattolica di Friburgo”.

Tornato a Milano, continuò la teologia dai Cappuccini, seguendo però contemporaneamente corsi di specializzazione in tutti i campi della medicina, convinto che nel Nord Est brasiliano avrebbe trovato di tutto. A chi gli ricordava il noviziato interrotto, rispondeva che l’avrebbe fatto dopo, una volta terminati i corsi di medicina “perché là - aggiungeva tracciando un segno verso occidente - sarò solo e mi dovrò arrangiare a curare ogni malanno”.
La sua vocazione era maturata lentamente insieme a quella di Marcello Candia accanto a P. Genesio Premazzi da Gallarate, fondatore del “Ceppo”, un piccolo gruppo di cristiani impegnati di cui faceva parte anche lo scrittore Luigi Santucci, e che incise profondamente nella vita intellettuale della Milano degli anni ’60.
Fedele alla scelta iniziale, terminò il corso di teologia e prese contatti con mons. Emiliano Lonati, vescovo di Grajaú (Maranhão), che delegò il card. Idelfonso Schuster a conferirgli il presbiterato, incardinandolo però subito nella sua assolata Prelazia nordestina. Un anno dopo, e cioè nel marzo 1949, partì per il Brasile, portando quintali di medicine, libri e attrezzature di vario genere, dono di amici, di parenti e di colleghi. Arrivò il 28 luglio e aprì immediatamente un ambulatorio polivalente nei locali del vecchio episcopio, con tanto di sala operatoria.

La gente gridò al miracolo, anche perché si scoprì subito che il medico venuto dall’Italia era più disponibile e soprattutto più bravo dei colleghi impegnati nella capitale: fin da quegli anni infatti si parlò di lui come del “medico che non sbaglia una diagnosi”. Chiaro, quindi, che i pochi e piccoli ambienti del vecchio episcopio non ressero all’afflusso dei malati, per cui si decise di costruire un ospedale vero e proprio. P. Alberto ne parlò al fratello ingegnere che volò a Grajaú e preparò un progetto approvato subito e realizzato in sette anni (1950-57), più del tempo che occorse a P. Alberto per regolarizzare la sua posizione. Anche se la gente ne lodava la professionalità che oscurava la fama dei migliori curandeiros, per la legge egli era meno d’un infermiere da roça (della campagna), perché la sua laurea in medicina non gli sarebbe stata riconosciuta se non dopo aver completato la maturità con esami in lingua portoghese, letteratura e storia e aver frequentato tre anni di università.

Allora partì subito per Porto Alegre, iscrivendosi all’università cattolica, dove, più che alunno, fu un incognito maestro di colleghi e di professori. L’unico vantaggio che ne ricavò fu la specializzazione in malattie tropicali.
A Grajaú i lavori, finanziati dalla carità dei benefattori, andavano avanti a singhiozzo, ma al ritorno P. Alberto li trovò quasi ultimati e, quel che più conta, riconosciuti dalle autorità, per cui l’ospedale S. Francesco legalmente era alla pari di quelli statali, ma professionalmente sembrava su un altro pianeta per la competenza, l’ordine e la varietà delle malattie diagnosticate e curate dal “santo medico sacerdote” che nel 1960 entrò nell’ordine cappuccino a Guaramiranga (Cearà), aggregandovisi definitivamente con i voti perpetui nel 1964.
Nonostante lavorasse l’intera giornata e spesso gran parte della notte, molti malati erano costretti ad attese impossibili, per cui P. Alberto scrisse alla sorella di trovargli un collega disposto a dargli una mano. Gianna lesse nella richiesta la volontà di Dio e avrebbe voluto partire per Grajaú, tanto più che aveva già studiato il portoghese, ma fu sconsigliata da tutti a causa della salute malferma. Tuttavia ci “andò” più tardi, per compiere il prodigio che l’ha portata agli altari: l’inferma miracolata vive infatti lì.

Il fratello rimase solo nell’ospedale, nel lebbrosario Vila S. Marino e negli ambulatori disseminati nell’immenso sertão maranhense, dove la sua vita divenne una leggenda. Nel suo caso era però vera, perché i risultati delle sue terapie avevano del prodigioso. Grazie ai suggerimenti di un medico russo, che gli aveva svelato le segrete proprietà della placenta e di cui, secondo quanto ha detto un suo collaboratore, “approfondiva le applicazioni, preparava le dosi adatte ai vari pazienti, curava il diabete, i reumatismi, l’asma e faceva camminare chi non poteva muoversi, rimettendo in sesto gli arteriosclerotici e sconfiggendo varie patologie dell’occhio. Ogni anno stabiliva un periodo per cure collettive a cui partecipavano anche pazienti provenienti da molto lontano, che egli curava personalmente, seguendo il decorso della malattia fino al giorno della dimissione”.
Fra i malati comparve una mattina un signore molto influente che gli aveva procurato vari fastidi. Lo visitò senza far trasparire il minimo segno di insofferenza, tanto da far dubitare che non l’avesse riconosciuto. A chi si meravigliò per tante attenzioni verso uno che non le meritava, rispose:”Io sono qui anche per lui”.

“Frei Alberto - ha scritto il sindaco di Grajaù - riuscì a fare miracoli anche perché usava due misure, una curativa, attraverso un uso speciale della medicina, l’altra quella della fede, che stimolava la cura con maggiore rapidità, ma pochi, fino ad oggi, hanno capito come questo avveniva”.
Le sue preferenze erano ovviamente per i poveri, particolarmente quelli sperduti nelle campagne o nei villaggi spesso irraggiungibili. “Ricordo quando veniva ad Amarante - ha scritto un suo confratello - dove rimaneva tre giorni, trasformando la casa parrocchiale in ambulatorio: l’ultimo giorno visitava gli ammalati a domicilio, distribuendo le medicine che aveva portato con il mulo. Spesso accadeva che qualcuno arrivasse quando era ripartito; allora lo rincorrevano, e lui scendeva dalla cavalcatura, visitava l’infermo, gli dava la medicina e ripartiva, mai infastidito dall’assedio che lo circondava.
Una volta fu chiamato a curare due fratelli accoltellati durante una rissa. Non potendo far nulla a quello morto, tentò di rimettere a posto le viscere a quello sopravvissuto con un cucchiaio sterilizzato. Non riuscendovi, corse a Grajaú e tornò con il necessario per l’operazione, ma nel frattempo il giovane morì. Un’altra volta si perse nel bosco e fu trovato dopo tre giorni”.

Lavoratore nato, passava in ospedale anche 20 ore di seguito, aiutato da giovani che aveva avviato all’università e da infermiere preparate nella scuola aperta per la loro formazione. La sua inculturazione lo portò a non avere orari, proprio come i suoi pazienti, che arrivavano di giorno e di notte, sapendo di trovarlo sempre disponibile, “perché - si diceva - Frei Alberto è un santo vivo”.
“Sono stato a Grajaú cinque volte per aiutarlo a risolvere determinati problemi - ha scritto il fratello sacerdote - e ho condiviso con lui giornate faticose, commosso per la generosità con cui accoglieva e trattava chiunque avesse bisogno di lui”. Nessuna meraviglia, perciò, che il municipio gli abbia eretto un monumento e abbia chiamato col suo nome la piazza principale della città, prima intitolata all’ex Presidente della Repubblica Getúlio Vargas.

Ammirevole come medico, P. Alberto fu più ammirevole come missionario, assiduo alla pastorale nei villaggi in cui, dopo aver curato i corpi, curava le anime. “Nella realizzazione dell’amore di Dio e del prossimo - ha scritto mons. Serafino Spreafico, vescovo emerito di Grajaú - si identificò così profondamente con la sua gente da realizzare la più profonda inculturazione cristiana, riuscendo a diventare parte essenziale della stessa ecologia locale. E lo divenne, infinitamente di più, nell’intimo dei cuori della gente. Dire Grajaú ai suoi tempi voleva dire evocare Frei Alberto, vera incarnazione di S. Francesco”.
“Il segreto della sua prodigiosa capacità di servire e di donarsi a tutti - ha detto mons. Franco Cuter, vescovo di Grajaú - stava nella sua profonda unione con Dio, fino al punto da trasbordare di Lui. Egli apprese ad amare e servire dal cuore di Cristo, come vi apprese anche la preghiera che lo sostenne nell’immane lavoro che svolse tra o povo (il popolo). Ognuno di noi, di fronte alla sua paziente disponibilità, era piacevolmente portato a pensare a Gesù, compassionevole verso ogni umana infermità. Tutte le famiglie della città, in un modo o nell’altro, furono aiutate quest’uomo di Dio”.

Nel 1981, dopo 33 anni di missione, P. Alberto dovette fermarsi per un ictus gli tolse la parola e i movimenti, costringendolo a rientrare in Italia, dove migliorò, ma non tanto da poter tornare in missione. Portò la croce per 20 anni, confortato dalla beatificazione di Gianna e dall’affetto dei familiari, presso i quali è morto il 10 agosto 2001.

Egidio Picucci

 

 

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