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sviluppo dell’Africa
Disponibilità e iniziative della
donna africana
LA PROMOZIONE DELLA DONNA
DETERMINANTE PER LO SVILUPPO DELL’AFRICA
Durante il congresso su “Antropologia
e Missione”, che si è tenuto nel novembre scorso a
Madrid, si è parlato a lungo della donna africana, sottolineando
che, nonostante il ruolo determinante che essa ha nella famiglia
e nella società, non viene considerata come meriterebbe.
“La donna africana - è stato detto testualmente - ha
le soluzioni giuste per salvare il continente su tutti i fronti,
compresi quelli economici e politici. Oltre ad essere uno dei motori
determinanti dell’economia (l’85% dell’agricoltura
dipende dal suo lavoro), essa è l’unica capace di sopravvivere
nel naufragio storico e culturale che ha colpito e colpisce l’Africa.
E questo nonostante i vari gioghi imposti ai propri Paesi da scelte
economiche che pesano soprattutto sulle sue spalle; l’analfabetismo
in cui è lasciata (il 56% delle africane è analfabeta)
e l’esigua speranza di vita su cui può contare (50
anni)”.
Sarebbe però limitativo fermarsi all’impegno materiale
della donna africana, perché a questo essa unisce un ammirevole
sforzo morale per liberare la società da alcune tradizioni
che umiliano, per esempio, la dignità delle proprie figlie,
come il diritto alla loro integrità fisica. E’ stato
detto che in alcuni Paesi le donne sono state così tenaci
nel sostenere questo diritto che i governi le hanno temute - e le
temono - come i capi delle varie guerriglie. Molte, temendo rappresaglie,
hanno preferito fuggire.
“La liberazione della donna africana dalle varie oppressioni
che da secoli la schiaccia - ha detto la giornalista spagnola Ana
Camacho - non è una questione di femminismo, ma un problema
fondamentale che bisogna risolvere perché nel continente
si stabilisca una vera democrazia”.
Durante l’incontro è stato conferito il Premio “Mundo
Negro” (il nome della rivista dei missionari Comboniani che
ha organizzato l’incontro) a Marie Josée Ngoto, una
coraggiosa donna della Repubblica Democratica del Congo, madre di
quattro figli e fondatrice di un’associazione che assiste
i malati di AIDS. Dovendo prendersi cura di una cugina malata e
cacciata di casa, Marie Josée ha sperimentato cosa vuol dire
avere a che fare con malati del genere e dieci anni fa ha deciso
di dedicare la vita a questa difficile opera di misericordia. “La
guerra che da anni insanguina il mio Paese - ha detto M.me Ngoto
- ha sconvolto tutta la nostra vita. Molti ragazzi non possono andare
a scuola (40% dei ragazzi e 50% delle ragazze); il clima di paura
in cui viviamo ci costringe a non uscire di casa; ci mancano le
medicine più ordinarie; l’AIDS sta uccidendo migliaia
di giovani ed è ormai al terzo posto nella causa dei decessi,
dopo la malaria e la tubercolosi.
La più colpita è l’area della capitale a causa
di un’urbanizzazione incontrollata, della povertà crescente,
della prostituzione, della presenza di soldati stranieri, dell’ignoranza,
della delinquenza e dell’incoscienza con cui molti si abbandonano
a una vita disordinata. Di fronte a questa situazione la donna non
è rimasta indifferente e ha reagito energicamente organizzandosi
in associazioni spontanee, una delle quali pensa direttamente ai
malati di AIDS. L’interesse è arrivato così
avanti che, in mancanza di farmaci occidentali, c’è
chi ha voluto tentare con la medicina tradizionale. Non saprei dire
chi e come, ma a un certo punto qualcuno ha detto che il mili stava
facendo miracoli. Il mili è un cocktail di succhi estratti
da varie piante: debitamente usato, sta facendo meraviglie. Sperimentato
su 50 malati, ha determinato sensibili miglioramenti, tanto che
i nostri ricercatori se ne stanno interessando scientificamente.
Il lavoro più difficile - ha aggiunto la signora Ngoto -
è però convincere i malati a presentarsi al centro,
perché essi e i loro parenti sono come i lebbrosi di un tempo:
si vergognano della loro malattia e si nascondono”.
L’archidiocesi di Kinshasa, consapevole dell’importanza
e della necessità dell’iniziativa, ha messo a disposizione
del centro l’Ufficio diocesano delle opere sanitarie e l’ha
affiancata con un programma simile, affidato al Gruppo Ecumenico
di lotta contro l’AIDS.
Il gruppo è nato nel 1994 ed è composto da medici
di varie confessioni religiose. Oltre a curare i malati, essi si
incaricano di preparare psicologicamente e moralmente chi si sottopone
al test della malattia e i suoi familiari.
Con i medici collaborano 203 volontari distribuiti in 24 piccoli
centri strategici, chiamati pools, uno dei quali, diretto dalle
suore Ospedaliere, si chiama Telema. “I volontari - ha rivelato
M.me Ngoto - non si limitano all’assistenza materiale e psicologica
di quanti sono interessati al problema, ma pagano di tasca propria
gli esami clinici, le medicine, la scuola ai figli dei malati, gli
affitti delle case, l’acquisto dei vestiti e garantiscono
l’assistenza e l’educazione degli orfani dei morti per
AIDS.
La presenza delle suore e di molti volontari cattolici fa sì
che alla cura del corpo si unisca anche un serio interesse per l’anima
dei malati, molti dei quali, rendendosi conto della gravità
del male, chiedono insistentemente i sacramenti. Questo ci commuove
e ci fa avvicinare agli infermi con rispetto. Personalmente debbo
confessare che ogni qualvolta mi avvicino a loro scopro la grandezza
dell’amore di Cristo.
Abbiamo avuto casi veramente commoventi, soprattutto di giovani
che, scoprendo nella malattia un mezzo di purificazione, ci hanno
fatto riflettere seriamente sul valore della fede e sull’importanza
della fiducia in Dio.
La maggior preoccupazione ci viene tuttavia dagli orfani, il cui
numero aumenta di giorno in giorno. Nel centro Telema in cui lavoro
io, siamo passati in un anno da 20 a 57 orfani, per i quali dobbiamo
essere padri, madri e fratelli. Le madri che muoiono ce li affidano
tutte con le stesse parole:”Trattateli come fossero vostri
figli”.
Di fronte alle crescenti necessità, abbiamo organizzato una
piccola associazione che pensa solo a loro: l’abbiamo chiamata
“La casa” e abbiamo chiesto ai soci di pensare al necessario
per la scuola. A loro spese, naturalmente.
Ma non arriveremmo a tutto se le parrocchie non ci dessero una mano,
addossandosi l’assistenza di un certo numero di bambini. Quelle
che lo hanno fatto, hanno notato un sensibile miglioramento della
gente, divenuta più sensibile e più disponibile alla
collaborazione. I donatori di sangue, per esempio, vengono tutti
dai gruppi parrocchiali. Ne abbiamo 200, tutti giovani che hanno
capito e vivono l’invito di Gesù:”Curate gli
infermi e annunciate il Regno di Dio”.
A Kinshasa se non ci fossero queste piccole organizzazioni e, soprattutto,
se mancasse la collaborazione della Chiesa, praticamente non ci
sarebbe assistenza medica”.
Egidio Picucci
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