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L’ESERCITO INVISIBILE
Se è vero quello che dice
un proverbio africano, e cioè che “quando un pesce
piange, nessuno si accorge delle sue lacrime”, bisogna dire
che la terra nuota in un mare di lacrime tra l’indifferenza
di tutti. Soprattutto lacrime di innocenti privati della loro infanzia,
sfruttati nelle fabbriche, nelle miniere (si parla di 150 milioni
di under 14 costretti a lavorare per sopravvivere), o addirittura
obbligati a imbracciare le armi.
Quest’ultimo “mestiere” risale ai giovanissimi
hastati , schierati in prima linea nelle legioni romane, ma è
cresciuto smisuratamente sia per l’introduzione delle armi
leggere, che danno al bambino la capacità bellica di un soldato
adulto, sia per nuove forme di coercizione che arrivano a forzare
i bambini a uccidere i propri genitori o i conterranei per vincolarli
al mitra in modo irreversibile.
Nessuno conosce il numero esatto dei bambini soldato. Gli studiosi
più seri evitano di indicare cifre precise, anche se esistono
stime attendibili per singoli Paesi o eserciti. Essi si chiedono,
piuttosto, attraverso quali meccanismi sociali, politici e psicologici
un bambino diventa soldato, e credono di averli individuati nella
povertà (mentre i ricchi pagano una tassa per l’esonero
o per il riscatto, i poveri considerano i baby soldato una garanzia
di reddito), nella disgregazione familiare (i ragazzi di strada
vedono nell’esercito una seconda famiglia che garantisce protezione
e assistenza) e nell’assuefazione alla guerra, soprattutto
nelle zone che vi sono coinvolte da anni.
“L’ingresso di un bambino nell’esercito - ha detto
Margaret McCallin, capo progetto del Bice (sigla francese che sta
per Ufficio cattolico internazionale per l’infanzia ) - è
l’esito di un processo sociale, politico, ideologico, culturale.
Lui, in realtà, non ha scelta”.
Non hanno scelta quelli dei Paesi in cui l’età stabilita
per il servizio militare obbligatorio è inferiore ai 18 anni
(ma è un gioco da bambini “aggiustare” l’età
!), né tanto meno quelli reclutati forzatamente, comprese
le bambine, che costituiscono il 10% dei bambini soldato di tutto
il mondo. Dato il motivo della coscrizione, la loro giovane età
è una garanzia contro il contagio dall’ Aids e da altre
malattie facilmente comprensibili.
A chi le ha chiesto spiegazioni sull’arruolamento volontario,
la signora McCallin ha risposto che “di fronte agli sfaceli
a cui hanno assistito, i bambini si arruolano nella guerriglia perché
vi vedono l’unica possibilità di protezione per se
stessi, o perché, fisicamente o emotivamente separati dai
genitori naturali, vedono nei comandanti il padre e nei guerriglieri
dei fratelli maggiori”.
La principale risorsa del bambino è la sua famiglia; la guerra
disarticola questa risorsa, e così egli cerca altri adulti
convenienti per sé, attorno ai quali ricostruire delle certezze,
e spesso li trova nei militari.
Altre motivazioni dell’arruolamento sono di natura economico-sociale
(in situazioni di estrema povertà la guerra è l’unico
settore economico attivo, se non altro perché offre la possibilità
di estorcere danaro o di impadronirsi di ricchezze), o addirittura
ideologiche. Ai piccoli vengono inculcati gli ideali della famiglia
o del gruppo di appartenenza: la guerra santa, la lotta per la libertà,
il diritto di occupare terre ancestrali, la liberazione etnica,
il nazionalismi, ecc.
Questo tipo di educazione spesso comprende anche un’idealizzazione
della violenza e un culto del martirio. I bambini che muoiono nella
lotta sono considerati martiri e le loro famiglie e la comunità
ne sono orgogliose. Questo esercita un fascino potente sui bambini,
che realizzano così l’innata voglia di protagonismo,
di sentirsi superiori alla loro età, di buttarsi nell’avventura,
di appartenere a un’entità rispettata e/o temuta.
Va detto, comunque, che i giovanissimi guerriglieri, anche i più
crudeli (i missionari dicono che se ne trovano!) sono vittime della
guerra perché agiscono o sotto l’effetto della droga
o sotto una minaccia di morte. In alcune zone si dà loro
una miscela di marijuana, valium, liquore di canna da zucchero e
perfino polvere da sparo mischiata al cibo, che anestetizza le reazioni
e la sensibilità umana. “Quando ti danno questo, magari
iniettandolo nelle ferite che ti aprono sulle tempie - ha detto
un bambino - non senti più niente, non ascolti più
nessuno, pensi soltanto ad ammazzare e basta”.
In contesti diversi, al posto della droga vengono utilizzati incredibili
inganni, come la convinzione che determinate pillole assicurano
l’incolumità; che un sacchettino misterioso attaccato
al collo fa deviare i colpi del kalashnikov o permette di camminare
sulle mine senza farle esplodere. Il bambino ci crede e va al macello.
Vittime della guerra anche perché, prima o dopo, da essa
derivano solo conseguenze negative: morte, menomazioni fisiche,
trauma psichico, suicidio, perdita di opportunità formative
o educative.
Molti si chiedono se bambini del genere sono recuperabili. “Certamente
- ha detto la signora McCallin - ma, trattandosi di bambini infelici,
hanno bisogno di una famiglia e di imparare un mestiere”.
Inutile dire che molti missionari hanno cominciato a farlo.
Egidio Picucci
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