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dell’Europa Unita
Francescani promotori dell’unione
europea
PRECUROSI DELL’EUROPA UNITA
L’unione europea, in parte
avvenuta e in parte programmata, è una bella realtà,
dovuta all’impegno di contemporanei saggi e previdenti; ciò
nonostante ci si può chiedere se essa è un fiore sbocciato
solo oggi, magari sotto la spinta di circostanze contingenti, oppure
se è il classico albero che affonda le radici in un passato
piuttosto remoto. L’interrogativo non è inutile perché,
pur dovendo riconoscere che non si tratta di un’idea nuova,
il prenderne coscienza è una conferma che, anche nella storia
del progresso e della civiltà, avviene quello che capita
in agricoltura, e cioè che non sempre chi raccoglie è
colui che ha seminato. Spesso raccoglie chi non ha seminato, ma
ciò non sarebbe possibile se colui che ha sparso la semente
non avesse avuto fiducia nell’avvenire.
Gli ultimi sei secoli della storia europea sono pieni di nomi di
apostoli e di precursori che hanno lavorato alacremente per l’unione
di oggi. “Degli ultimi sei secoli - precisa P. Mariano da
Alatri - perché prima l’Europa formava un’unità
(cosa ben diversa dall’unione) spirituale e politica, nota
con il nome di cristianità”. Quel blocco monolitico,
che culminava nell’autorità del Papa e dell’Imperatore,
si sgretolò come la statua vista da Nabucodonosor, colpito
dal sassolino delle eresie, degli scismi e dalla nascita di varie
nazionalità.
Bisogna riconoscere che, oltre alle istituzioni (Papato, università,
ordini religiosi che reclutavano i membri in tutte le nazioni),
lavorarono per l’unità Nunzi, Legati e Religiosi santi,
la cui opera ha richiamato l’attenzione degli storici più
obiettivi. Si tratta di figure prestigiose e fascinatrici che conseguirono
risultati sorprendenti, anche se vien da chiedersi come i religiosi
conciliassero la santità cristiana con la politica, che spesso
impone compromessi e atteggiamenti ambigui.
La risposta sta nel fatto che essi erano santi e, ispirandosi al
Vangelo, lavoravano con la semplicità della colomba e l’astuzia
del serpente, certi di difendere l’unione dell’Europa,
liberandola da quanto ne poteva mettere in pericolo la civiltà
e la missione. Fra questi antesignani ci sono alcuni francescani
che vanno ricordati, se non altro perché uno di essi, il
cappuccino Marco da Aviano (il più discusso, come si è
visto dalla trasmissione televisiva che gli è stata dedicata)
sta per essere beatificato.
Il primo in ordine di tempo è Fra Giovanni da Pian del Carpine
(fine sec.XII-1252), inviato da papa Innocenzo IV a Karakorum, dal
Gran Kan dei Tartari per l’ambasciata più temeraria
della storia, sia per la distanza (14.000 Km tra andata e ritorno),
sia per la finalità: dissuadere i mongoli dall’invadere
l’Occidente. Nonostante la morte del capo Genghiz khan (1227),
essi avevano continuato la loro marcia, arrivando fino all’Adriatico,
massacrando e saccheggiando. La cristianità tremava. Se non
sorprende l’audacia del progetto pontificio, stupisce la prontezza
con cui Fra Giovanni accettò di servire la causa dell’Europa
in un momento così critico.
Il viaggio durò trenta mesi e fu raccontato dal protagonista
nella Historia Mongolorum, che meritò l’onore di edizioni
critiche e di traduzioni nelle principali lingue. Fra Giovanni fu
accolto con onore, ma non ottenne nulla. Anzi, tornando a Lione
disse che, dopo l’elezione del nuovo imperatore, i Tartari
avrebbero continuato le conquiste “riducendo ogni terra in
prigionia”. Descrivendo le rovine viste e pensando a quelle
che si potevano avere in Europa, egli sostenne apertamente che non
c’era da fare altro che difendersi con le armi.
Per farlo però vittoriosamente, occorreva tuttavia l’unione
e la solidarietà dei popoli dell’Europa cristiana,
“poiché - scrisse testualmente - se una provincia non
vuole portare aiuto all’altra, essi devasteranno la terra
contro la quale combattono e si serviranno degli uomini fatti prigionieri
per combattere contro altra terra, e li metteranno nelle prime schiere”.
Nonostante le voci fatte correre deliberatamente dai Tartari su
una prossima invasione, non successe nulla, ma l’appassionato
appello all’unità lanciato dall’eroico inviato
non fu inutile, mentre le informazioni storiche, geografiche ed
etniche da lui fornite non solo arricchirono la scarsa conoscenza
che si aveva allora dei Mongoli, ma servirono ai futuri missionari
che, tra la seconda metà del Duecento e la prima del sec.
XIV, affrontarono il lungo cammino verso l’Oriente.
A Giovanni da Capestrano (1386-1456), epigone di varie generazioni
di guerrieri della sua famiglia, è stato riconosciuto il
titolo di difensore dell’Europa per aver tentato di rappacificare
e coinvolgere nella guerra antiturca i prìncipi del continente.
Fattosi francescano dopo essere stato giudice a Perugia, partì
per la Germania su ordine di papa Niccolò V perché
- data la sua fama di santità e dei miracoli che gli venivano
attribuiti - era desiderato dall’imperatore Federico III.
Non essendo capace di adattarsi alla vita di corte, predicò
in tutto il nord Europa, fino a quando i turchi, conquistata Costantinopoli
(1453), si misero in marcia verso Vienna, diretti in Italia.
L’Europa tremò. Il Papa indisse allora una crociata,
a cui aderirono tutti, ritirandosi però quasi subito. Il
disinteresse per la causa comune, l’amore per la vita comoda,
l’orgoglio e l’avidità di molti strapparono a
Giovanni parole di fuoco. Per questo lasciò indignato la
Dieta di Francoforte e quelle di Wiener-Neustadt e Györ, a
cui partecipava su invito di Enea Silvio Piccolomini, perché
si discuteva più di precedenze che di pericoli in vista,
e si rivolse direttamente al popolo, imponendo la croce a chi voleva
partecipare alla spedizione. A Vienna la consegnò a un centinaio
di professori e studenti universitari; in Ungheria, la nazione più
direttamente minacciata dall’armata turca che risaliva il
Danubio, la impose a 27 mila volontari.
Lasciato solo da quanti avrebbero dovuto guidare l’esercito,
dovette organizzare lui stesso l’attacco con un’armata
pittoresca, formata da studenti, contadini e accattoni. Ebbe la
meglio “miracolosamente” contro centomila turchi, battendoli
sotto Belgrado con una battaglia che ebbe tre momenti: la rottura
del blocco della flotta turca con barconi carichi di sabbia e sassi;
la pioggia di fuoco alimentata da fascine imbevute di zolfo e pece
fatta cadere dalle mura sugli assalitori; la sortita improvvisa
dei crociati che si impadronirono delle potenti batterie nemiche,
costringendo i soldati a rifugiarsi nell’accampamento fortificato.
A guerra vinta tutti se ne attribuirono il merito: Giovanni non
lo seppe, perché tre mesi dopo la vittoria morì a
Ilok (Ungheria), stroncato dai disagi della guerra. Ma le false
relazioni ufficiali pesarono non poco sul processo per la sua canonizzazione.
Lo riabilitò per tutti lo scultore ungherese Giuseppe Dankó,
che lo immortalò in un monumento in bronzo posto nel castello
di Buda e sul cui piedistallo scrisse una sola parola: Kapisztran.
Tra i cappuccini la serie dei precursori dell’unione europea
è aperta da Lorenzo da Brindisi (1559-1619), Dottore della
Chiesa, incaricato di costituire una “Lega cattolica”
in risposta alla “Unione evangelica” dei protestanti
che, armi in pugno, stavano occupando i principati cattolici d’Europa.
L’idea era del duca Massimiliano di Baviera, il quale tuttavia
non sapeva di chi servirsi per unire gli interessati, deboli e litigiosi.
Occorreva, perciò, un aiuto esterno che lui stesso, il Nunzio
papale e l’ambasciatore di Spagna a Praga individuarono in
Lorenzo, profondo conoscitore della Germania e oratore convincente.
Munito delle lettere credenziali, alle quali si aggiunsero quelle
di papa Paolo V, egli partì da Praga il 16 giugno 1609 e
vi tornò l’anno successivo, dopo aver visitato mezza
Europa, cercando di dissipare gelosie e sospetti tra le varie corti,
invitando al rispetto degli impegni sottoscritti, compresi quelli
di finanziare la Lega. Un lavoro improbo, che dovette ricominciare
più volte con sovrani senza coscienza, ministri machiavellici
e informatori facili alla calunnia.
Più volte fu sul punto di essere esonerato, perché,
se le cose si mettevano bene, gliene toglievano il merito, se andavano
male lo accusavano di inettitudine o di essersi lasciato “burlare
dai ministri”: Ma poi, non avendo con chi sostituirlo, lo
pregavano di continuare. Avvenne così fino all’ultimo,
quando Massimiliano, vistosi privato del comando della Lega che
aveva fondato, minacciò di ritirarsi. Convinto da Lorenzo
a restare, ebbe la soddisfazione di sentirsi chiedere un accordo
dall’Unione evangelica, che desistette dalle sue aggressioni.
Il cappuccino restò in Germania fino al 1612, accanto a Massimiliano
il Grande che, per averlo sempre a disposizione, fece aprire un
passaggio sotterraneo tra il suo palazzo e il convento.
Da qualche parte era scritto che egli dovesse morire da ambasciatore.
Nel febbraio del 1618, per ordine del Papa andò a Milano
per riconciliare il governatore spagnolo di Milano col duca di Savoia.
L’anno dopo, passando per Napoli, cedette a chi gli chiedeva
di recarsi in Spagna per chiedere al sovrano di esonerare il viceré,
che opprimeva il popolo. Benché vecchio e in cattiva salute,
accettò e partì da Napoli a cavallo, vestito da soldato
vallone, inseguito dalle feluche del viceré e dai contrordini
che egli era riuscito a strappare alla curia romana.
Parlò col re, che lo ascoltò con molta indifferenza.
Allora P. Lorenzo anticipò di qualche anno il “verrà
un giorno…” del P. Cristoforo manzoniano, predicendo
la propria morte (forse affrettata col veleno a Lisbona) e, entro
due anni, quella del re e del Papa che, per timore di complicazioni
politiche col viceré, non era intervenuto a favore del popolo.
Inutile dire che tutto si avverò puntualmente.
Contemporaneo di Lorenzo da Brindisi fu Giacinto da Casale Monferrato
(1575-1627) il quale, prima di farsi cappuccino, aveva studiato
lettere a Pavia, scienze a Salamanca e legge a Bologna, acquistando
pratica diplomatica alla corte ducale di Mantova. Nel 1606 fece
da paciere tra l’imperatore Rodolfo II e il fratello Mattia
d’Ungheria, mentre nel 1613 il Papa lo incaricò di
accompagnare come consigliere il cardinale Carlo Madruzzo alla Dieta
di Ratisbona, dove i protestanti erano impegnati a rafforzare a
qualsiasi costo le proprie posizioni.
I principi cattolici erano disuniti e timorosi; l’imperatore
Mattia si era in parte compromesso con gli avversari e tutto faceva
presagire una capitolazione. P. Giacinto intervenne con la foga
del predicatore e l’abilità del diplomatico, guadagnandosi
il rispetto degli stessi avversari e il favore della corte imperiale.
Memore di quell’esito, papa Gregorio XV lo inviò nel
1621 in Germania, dove la diplomazia inglese, francese e spagnola
facevano “mercanzia” (come diceva P. Giacinto) sulla
sorte del cattolicesimo. Oltr’alpe incontrò i confratelli
Variano Magni e Alessandro d’Ales, e si scontrò con
Giuseppe di Tremblay, anche lui cappuccino, più sollecito
della grandeur francese che delle vicende della Chiesa.
E’ impossibile seguire il paziente lavoro di rammendo che
fece, in parte coronato da successo. Gli storici concordano nel
dire che, se l’avessero ascoltato fino in fondo, all’Europa
sarebbero stati risparmiati gli orrori e le miserie della guerra
dei Trentenni, guerra con cui i protestanti volevano annientare
il cattolicesimo in Grermania, favoriti dalla Francia, impegnata
in una lotta all’ultimo sangue contro la Spagna e l’Austria.
Per la soluzione di quella guerra lavorò instancabilmente
P. Innocenzo da Caltagirone (1589-1655), che ne parlò con
la regina madre Anna d’Austria, il duca d’Orléans
e il cardinale Mazzarino, al quale ricordò che “andava
vestito di porpora, per intendere che doveva essere preparato a
spargere il proprio sangue per la difesa della religione cattolica”.
Per un attimo sembrò che le cose prendessero una piega buona,
tanto che i Nunzi se ne fecero portavoce nei dispacci inviati a
Roma. Ma il Mazarino, passato l’effetto delle parole di P.
Innocenzo, tornò sui suoi passi e fece naufragare tutto.
Allora il cappuccino si impegnò di propria iniziativa in
un’altra missione presso il re di Spagna, al quale fece notare
che le rivolte scoppiate a Palermo e a Napoli nel 1647 erano dovute
ai soprusi commessi dai suoi ministri. “Per sottrarsene -
disse il cappuccino - alcune famiglie sono andate in Turchia, sperando
di trovarvi maggior giustizia che dai ministri di vostra Maestà”.
Il grave dissidio tra cattolici e non cattolici in Inghilterra e,
conseguentemente, fra il trono d’Inghilterra e la Chiesa romana,
mise in risalto i tentativi di unione affidati a P. Alessandro d’Ales
(1507-1637), cappuccino piemontese che, per entrare in Inghilterra,
dovette cambiare abito e nome. Vi entrò infatti vestito da
gentiluomo e come mister Francesco Rota. Scopo immediato della sua
missione era la riconciliazione di Massimiliano di Baviera con il
genero Giacomo I, ma lui lavorò per “stabilire una
pace universale fra’ principi cristiani”. Presupposto
della pace era l’unione tra Austria, Francia, Spagna e Baviera,
perché solo così si sarebbe stabilito in Europa un
equilibrio tra forze protestanti e cattoliche.
Alessandro lavorò per questo con un’abilità
che gli fu riconosciuta da Marco Antonio Morosini e dall’ambasciatore
veneto, che lo riteneva “huono d’ingegno e che si impiega
in ogni negozio con spirito”.
I suoi viaggi in Inghilterra gli permisero di conoscere la situazione
dei cattolici e di impegnarsi per migliorarle. Infatti il re gli
garantì che “mai sarebbe stata intrapresa una guerra
di religione” e “di ben trattare i cattolici”.
Da parte sua, P. Alessandro assicurò il re che il Papa “haverebbe
commandata ogni modestia e obbedienza a’ cattolici verso il
loro sovrano”.
Egli tornò altre due volte in Inghilterra, lavorando per
un accordo tra la corte e la S. Sede; la nomina d’un cardinale
inglese e l’invio d’ un agente papale presso quella
corte. Cosa che lo fece apparire troppo zelante della causa inglese.
Morì nel 1637, mentre era in viaggio verso Napoli per l’ennesima
missione di pace.
Altro diplomatico del tempo fu Valeriano Magni (1586-1661) la cui
missione politica ebbe tre obiettivi: stabilire una pace universale
di tutta la cristianità, comprendente cattolici, protestanti
e ortodossi, impegnati a osservare i patti con giuramento; alleanza
e collaborazione tra loro per fronteggiare gli assalti che venivano
periodicamente dalla potenza turca; promozione d’un vasto
movimento ecumenico, favorito da uno scambio libero e sincero di
opinioni a voce e con la stampa.
Non essendo però così ingenuo da credere che tutto
questo si potesse ottenere senza un’intesa tra i cattolici,
prese a cuore le sorti della “Lega cattolica”, per la
quale aveva lavorato anche Lorenzo da Brindisi, e che voleva fosse
estesa non solo ai principi tedeschi, ma anche ai potenti re di
Francia e di Spagna. Lavorò per la pace di Westfalia e voleva
che il suo Ordine, in un secolo di esasperata monasticizzazione,
assumesse come attività specifica un intenso apostolato fra
i protestanti (che egli si rifiutava di chiamare eretici, ma acattolici),
con una predicazione illuminata che preferisse la riconciliazione
alla confutazione, unica via per ricostituire l’unità
dell’Europa cristiana.
Marco d’Aviano (1631-1699) ha scritto un capitolo a parte
nella storia dei cappuccini diplomatici, perché non volle
mai inoltrarsi nei meandri della diplomazia, preferendo “star
nel niente in vita e in morte, giacché aborrisco la politica
più della morte”. Viaggiatore formidabile, visitò
una decina di nazioni a piedi, a cavallo e in lettiga, “stante
alcune percosse ricevute dalla eretici nelle ginocchia”.
Non ebbe mai incarichi ufficiali, eppure per 19 anni fu capace di
indurre uomini politici, re e capi militari a combattere per allontanare
dall’Europa la minaccia turca.
Valicò la prima volta le Alpi solo grazie alla fama di taumaturgo,
giunta alla corte dell’imperatore Leopoldo I, che ne ottenne
la presenza a corte dalla benevolenza di Innocenzo XI. In seguito,
tra il 1682 e il 1699, le passò tredici volte, perché
l’imperatore non volle privarsi più della sua presenza
e del suo consiglio, ricattato com’era dai principi protestanti
all’interno e dagli eserciti di Ludovico XIV e dei turchi
all’esterno.
In un’ora tragica per la sorte della cristianità, P.
Marco voleva riportare un po’ di onestà nella corte
e nell’amministrazione delle Province, perché solo
così si potevano mettere le premesse necessarie per sottrarre
l’Europa alle continue minacce dei turchi. Nel 1683 essi avevano
assediato Vienna, che era sul punto di capitolare, soprattutto perché
che le truppe erano scoraggiate, i generali divisi e il generale
Giovanni Sobieski litigava con l’imperatore per motivi di
prestigio.
Vedendo precipitare la situazione, l’imperatore chiamò
P. Marco che parlò con i capi, prese parte al consiglio di
guerra, piegò Sobieski offrendogli il comando e fece anticipare
di una settimana l’attacco, prevenendo l’arrivo dei
rinforzi per i turchi. Dopo la disfatta egli avrebbe voluto che
si inseguisse l’esercito sconfitto, ma non fu ascoltato; ottenne
però che si difendesse l’Ungheria, porta dell’Europa,
“acciò la casa si conservi e non ruini”.
La guerra da lui accettata era solo quella difensiva, per la quale
dava consigli come un vero stratega, indicando il numero e la qualità
delle truppe necessarie, le armi da preparare, i generali a cui
affidare il comando, le piazzeforti da prendere, i tempi e i modi
delle spedizioni. Il suo chiodo fisso era la tempestività
dell’azione, in modo da sorprendere o almeno da prevenire
il nemico, battendolo fulmineamente.
Nonostante la vittoria di Vienna, egli vedeva un futuro grigio per
l’Europa, per cui non cessò mai di gridare contro un
“mondo fallace e traditore…dove la politica raffinata
e il sordido interesse tengono il più alto dominio, è
sbandita la verità, sincerità e giustizia”.
Morì con questo rammarico nel 1699 a Vienna, dov’era
accorso a sbrogliare l’intricata matassa creatasi tra la S.
Sede e l’impero. Altro rammarico fu non essere mai riuscito
a raggiungere Roma, anche se questa diceva di aver gradito i suoi
“servigi”.
Sapendo che questi uomini furono affiancati da altri confratelli
che lavorarono per la stessa causa, vien da chiedersi se nel Seicento
ci fosse una scuola apposita per la loro formazione. Uomini così
preparati non si improvvisano. La risposta è semplice: almeno
in alcuni casi la scuola non stava nell’Ordine, ma nelle famiglie
da cui essi provenivano. Negli altri casi la spiegazione va cercata
nella missione che essi svolgevano, la predicazione, e nella santità
della loro vita. Quando la diplomazia politica veniva meno, si ricorreva
alla diplomazia evangelica che, proprio perché tale, sapeva
coniugare semplicità e astuzia.
Rifacendosi al Vangelo, essi (come altri confratelli di diversi
ordini religiosi) invitavano a rinunciare agli egoismi individuali
per il bene comune; alla lealtà nelle trattative; alla fedeltà
alle promesse fatte; alla difesa della libertà e della pace,
presupposti necessari anche oggi per un’unione che altrimenti
fallirebbe.
Com’è fallita ogni volta che si è venuti meno
a questi princìpi.
Egidio Picucci
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