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nel mondo, un falso d’autore
LA FAME NEL MONDO, UN FALSO D’AUTORE
“Ufficialmente” è
nato un minuto dopo la mezzanotte del 12 ottobre all’ospedale
Kosevo di Sarajevo, “realmente” è assai probabile
che “il bambino sei miliardi” sia nato in un Paese asiatico
(forse l’India), o africano, o dell’America Latina.
Il 95% della crescita demografica avviene infatti in Paesi in via
di sviluppo, mentre in quelli industrializzati essa rasenta lo zero.
Anche se il fenomeno sembra sia destinato a calare (per passare
da 5 a 6 miliardi ci sono voluti 12 anni; per arrivare a 7 miliardi
ne occorreranno 14, e 15 per arrivare a 8 miliardi), i soliti catastrofisti
hanno fatto scattare l’allarme dicendo che siamo troppi e
che occorre ridurre la natalità se - tra l’altro -
“non vogliamo morire di fame”.
E’ vero? L’uomo della strada, indottrinato da sprovveduti
o manipolati informatori, dice di sì; gli scienziati dicono
di no. Insieme a tecnici appartenenti a organizzazioni internazionali
che si interessano del fatto, essi sostengono che il problema della
fame - reale e terribile! - è risolvibile, perché,
grazie alle ultime conquiste nel campo produttivo e allo sfruttamento
di tutti i terreni coltivabili, compresi quelli non ancora utilizzati,
si potrebbe produrre tanto da sfamare comodamente tredici miliardi
e mezzo di uomini.
Un allevamento razionalizzato del bestiame potrebbe raddoppiare
il numero dei capi e quadruplicare i loro prodotti, a cominciare
dal latte. Così come si potrebbe decuplicare la pesca - la
famosa “agricoltura del mare” - se una normale barca
potesse essere azionata dal motore, anziché dalla solita
vela o dalle sole braccia dell’uomo, come avviene con la famosa
jangada dei pescatori del nord-est brasiliano.
Se poi, come si sta tentando, si riuscirà a ottenere (o aumentare)
gli alimenti dai sottoprodotti industriali, ricchi di idrati di
carbonio e dallo sfruttamento delle alghe e di altri vegetali capaci
di fornire proteine, si capirà meglio l’ottimismo degli
scienziati e l’infondatezza della paura riaccesa nel mondo
dal “bambino sei miliardi”.
Essa sarebbe giustificata se la produzione agricola mondiale fosse
aiutata; ma chi dice che lo è? Aiutata con metodi di oggi,
ma adeguati alla capacità dei destinatari, come ben sanno
i missionari. Sarebbe inutile e dannoso far passare di colpo un
subsahariano dall’aratro a chiodo al trattore con aratro multivomero,
perché l’impossibilità di provvedere in loco
alla sua manutenzione, fra un anno lo riporterebbe all’aratro
tradizionale!
Un solo esempio dell’aiuto mancato: è noto che il 35%
dei cereali coltivati nei Paesi emergenti è distrutto da
animali nocivi. Chi dà una mano alla gente per eliminare
questa causa con mezzi efficaci e non dannosi? Sono lontani i tempi
in cui il capitano Farina insegnava agli arabi nuovi sistemi di
pesca con fonti luminose immerse, o quelli del dottor Salvadori
che, rischiando la vita, avviva i pescatori del golfo di Manaar
a rilevare con esattezza i banchi delle ostriche perlifere!
Ma torniamo all’aspetto demografico. Secondo l’Ifap
- Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo - il 75% della popolazione
dell’estremo oriente è minacciato dalla fame; ma in
quest’area si trova il Giappone, che ha la massima densità
di popolazione, mentre il massimo della fame è in Paesi spopolati
dalle guerre e nel Bangladesh, soggetto a periodiche e devastanti
inondazioni.
Se fosse l’eccesso di popolazione a provocare la fame, essa
dovrebbe essere più diffusa nei Paesi che hanno il maggior
numero di persone per ogni ettaro coltivato. La Cina ha, per ogni
persona, soltanto metà del terreno coltivato che ha l’India:
eppure, i cinesi sono riusciti a eliminare la fame, mentre migliaia
di indiani languiscono ancora di inedia per le strade.
D’altra parte ci sono Paesi che hanno estensioni di terreno
coltivato relativamente vaste, e che tuttavia presentano casi di
fame cronica fra i più gravi del mondo. L’esempio classico
si ha in alcuni Paesi dell’America Latina in cui la fame è
una realtà quotidiana, ma dove si coltiva solo un quarto
di ettaro di fronte ai quattro disponibili pro capite. Il Brasile
ha una superficie media coltivata per persona superiore agli Stati
Uniti, eppure negli ultimi anni la percentuale di persone denutrite
è aumentata. E’ risaputo, d’altronde, che attualmente
nel mondo si utilizza meno della metà della superficie coltivabile.
C’è di più. In alcune zone i migliori terreni
sono in mano di pochi che li lasciano inoperosi, li riservano al
pascolo o alla coltivazione di cibi per gli animali destinati all’estero.
In Africa, grandi estensioni di terreno perfettamente adatto a colture
permanenti sono state sconvolte per coltivare cotone o arachidi
da esportare. In certe parti del Senegal, la monocoltura delle arachidi,
imposta agli agricoltori, ha devastato il suolo.
I contadini non hanno incentivi e speranze. Famosa l’espressione
di un contadino indiano:”Se non possiedi la terra, non hai
mai da mangiare abbastanza, nemmeno se il terreno produce il cento
per uno”. Essi, inoltre, o sono occupati in appezzamenti di
terreno troppo piccoli (minifondi) o sudano nei latifondi con salari
insufficienti. L’usura o la “schiavitù bianca”
li inchioda a debiti che non potranno mai pagare.
La fame esiste anche perché centinaia di milioni di uomini
non sanno produrre una maggior quantità di cibo, e si diffonde
a causa dell’ignoranza, dei pregiudizi e delle superstizioni
che paralizzano ancora gran parte dell’umanità. L’indù
preferisce la fame all’uccisione della mucca, convinto che
lo spirito della Gau Mata (vacca sacra) lo proteggerà; i
Masai dell’Africa allevano mandrie di bestiame che favoriscono
la desertificazione e che vendono per pochi soldi. Essi rifiutano
di mangiar carne, e rispondono che “allevare il bestiame è
più difficile che avere figli” a chi fa osservare l’assurdità
del sistema.
Altra causa della persistenza della fame sta nel fatto che i produttori
tendono a fornire più prodotti ad alto contenuto energetico
non dove c’è richiesta e necessità, ma dove
essi potranno essere acquistati a prezzi più alti.
E’ vero che un’alta percentualità della popolazione
può rendere più difficili le ristrutturazioni economiche
necessarie per eliminare la fame. L’errore, tuttavia, consiste
nel confondere il problema della popolazione - che è un sintomo
e un fattore di esacerbazione dei problemi - con la causa della
fame. Non è solo una questione di parole. La soluzione di
qualsiasi problema dipende dal come si riesce ad arrivare alle cause
più profonde. La causa prima della fame riguarda le reciproche
relazioni fra i popoli e il loro controllo sulle risorse.
Finché si continuerà a pensare che la causa principale
risiede altrove, gli affamati avranno sempre più fame. Attaccare
gli alti tassi di natalità senza attaccare le cause della
povertà, servirà ben poco. E’ una tragica perdita
di tempo che l’uomo non può permettersi.
Egidio Picucci
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