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All’attenzione del Dott. MOIA

NEL SAIO DI FRATE LEONE IL PRIMO ARCHIVIO DEGLI OPUSCULA DI S. FRANCESCO

Vigorosa, ma insicura come grafia e come lingua, la scrittura di S. Francesco tradisce l’insufficiente preparazione scolastica avuta in gioventù, limitata a un po’ di latino e alle più comuni espressioni in francese sentite in casa tra la madre e il padre che, proprio dalla Francia, oltre alle stoffe portò un giorno anche la sposa.
Ciò nonostante Francesco, che si autodefinì “uomo semplice e illetterato”, ci ha lasciato una sorprendente serie di scritti - “opuscula” li chiamò il frate minore irlandese Luca Wadding nel 1623 - distante anni luce dall’unica lettera che ci rimane di S. Domenico, uomo dotto che fu per sette anni alla scuola del fratello arciprete, continuando poi un regolare corso di studi dal Trivio al Quadrivio fino alle “Arti divine” della teologia.

Degli “opuscula” si parla in questi giorni all’Antonianum di Roma nel Convegno organizzato per preparare forse una nuova loro edizione critica, ma particolarmente per ricordare il francescano P. Kajetan Esser, lo studioso tedesco che ha lavorato per anni attorno ad essi, “spinto - ha detto P. Leonard Lehmann, uno dei relatori del Convegno -- dalla stonatura di Paul Sabatier, che nella sua fortunata Vie de S. François, aveva fatto di Francesco un contestatore della Chiesa gerarchica di Roma, “rea” di avergli imposto di scrivere la Regola Bollata del 1223 contro la sua volontà”.
Per confutare l’affermazione, P. Esser partì dal Testamento di S. Francesco (sulla cui autenticità nessuno ha mai sollevato dubbi), riuscendo a stabilire quali scritti sono autentici, quali attribuiti, quali falsi, come la famosa “Preghiera semplice”, restituendo così alla storia un Francesco vero e autentico.

Fra gli scritti autentici c’è sicuramente la Regola bollata, che non fu imposta dal cardinale Ugolino, come sostiene il Sabatier, anche se Francesco dovette rinunciare con dolore a diverse espressioni non condivise dai confratelli. L’autenticità è attestata dai verbi in prima persona usati dal Santo, come esorto, ammonisco, prego, ecc.
“Per nessun santo del Medio Evo - ha aggiunto P. Lehmann - c’è un così alto numero di testimonianze dei contemporanei come per Francesco. Fra esse ce n’è addirittura una di origine musulmana che parla del suo incontro con il Sultano. Se da una parte questo costituisce una ricchezza, dall’altra comporta una difficoltà, perché impone un severo esame critico, dato che gli “opuscula” sono indispensabili per fare un parametro con le altre fonti: solo partendo da essi si può infatti arrivare a capire quanto c’è di vero, per esempio, nelle biografie del Celano e di S. Bonaventura, su argomenti di forte valenza francescana come ‘la signora santa povertà”.

Per questo, anche se non tutti gli “opuscula”, hanno naturalmente la stessa importanza, nessuno di essi va trascurato. I migliori sono quelli occasionali, come le preghiere e le lettere, perché meno elaborati e più rispondenti allo spirito di Francesco, che non si lascia condizionare da nessuno e parla liberamente con Dio, ispirandosi ai canti popolari, compresi quelli dei giullari, ma soprattutto riferendosi alla Bibbia che trovava nel breviario regalatogli da qualche cappellano della curia romana durante un viaggio a Roma, come ricorda Frate Leone.
E’ noto che nella prima comunità francescana c’era un solo esemplare del Nuovo Testamento che però Francesco fece regalare alla madre povera di due frati. Non si privò mai, invece, del breviario, dal quale si faceva leggere il vangelo del giorno durante le frequenti malattie.

Francesco ordinariamente non scriveva, ma dettava a questo o a quel confratello nel suo dialetto umbro, come dimostrano il Cantico di Frate Sole, vivace testimonianza del suo genio e uno dei testi più conosciuti al mondo dopo il Vangelo; la “Preghiera davanti al crocifisso”, breve ma originale, e l’’Audite Poverelle”, meno famoso del Cantico, ma pervaso da un caldo afflato poetico, composto per S. Chiara e le sue monache.
I confratelli più istruiti pensavano poi alla traduzione in latino, che “fortunatamente” non è sempre corretta: fortunatamente perché, secondo quanto diceva P. Esser, quanto più essa è scorretta, tanto più è vicina a S. Francesco”.
Fra gli scritti ci sono tre autografi, trovati nel “primo archivio dell’Ordine”, come P. Lehmann ha definito il saio di Frate Leone, nelle cui pieghe furono trovati al momento della morte. Si tratta della famosa Cartula conservata ad Assisi, che contiene in bianca le Lodi di Dio Altissimo e in volta la benedizione a Frate Leone, scritta per sollevare il l’ afflitto segretario, spaventato per la propria nullità di fronte alla splendida santità del suo “padre e maestro”. L’altro autografo è conservato nel duomo di Spoleto e riguarda la Lettera che Francesco consegnò sempre a Frate Leone, dicendogli di sentirsi libero “nel seguire le vestigia della povertà del Signore Iddio”.

Gli “opuscula”, raggruppati in Regole, Esortazioni, Lettere, Lodi e preghiere, contengono anche un sorprendente epistolario, e per di più incompleto, visto che alcune lettere sono andate perse, come quella a Gregorio IX e a Frate Elia. Epistolario ridotto, ma interessante perché fa conoscere un Francesco che non parla solo agli uccelli, ma che ama rivolgersi agli uomini di tutte le categorie: vescovi, chierici, frati, governanti, gente comune, come un vero missionario.
“Epistolario interessante anche - aggiunge P. Lehmann - per alcuni aspetti ecumenici che vi affiorano e che fanno di Francesco, un uomo del post-Concilio, un uomo del dialogo, grazie ad alcune conoscenze fatte durante il viaggio tra i musulmani, fatte subito sue. Quando, per esempio, invita i chierici a farsi “propagatori delle lodi all’Altissimo”, fa capire che ripensa alla shalat, la classica preghiera islamica che conobbe in oriente (1219), accompagnata da un gesto che ai suoi tempi nella liturgia cattolica ufficialmente non esisteva: la genuflessione.

Da qui l’uso di Altissimo quando parla delle lodi da tributare a Dio, adoperando lo stesso attributo che si trova nel Corano; l’invito a “prostrarsi” durante l’adorazione; il pressante invito i governanti perché “per mezzo di un banditore o altro segnale, tutta la popolazione sia chiamata a rendere lodi e ringraziamenti”, facendo un chiaro riferimento all’invito alla preghiera fatto dal muezzin dall’alto del minareto”.
Anche se il Convegno non deciderà di preparare una nuova edizione critica degli “opuscula” (che alcuni giudicano prematura), servirà indubbiamente a far conoscere l’attualità di quanto Francesco scriveva e raccomandava agli uomini del suo tempo. E che è valido pure oggi, se lui stesso raccomandava di conservare gli scritti e di diffonderli anche fuori dell’ambiente religioso. C’è chi sogna un suo ritorno: chi dice che egli non voglia tornare con le sue Lettere, le sue preghiere e le sue Ammonizioni?

Egidio Picucci

 

 

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