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GERAPOLI: GIARDINO D’ACQUA E CITTA’ DI SANTI

L’acqua è stata la fortuna e la sfortuna di Gerapoli, la città santa a due passi dall’antica Laodicea (Ladik), rinomata per la lavorazione di una lana morbidissima con cui si preparavano le “laodicee”, vesti vaporose con cui le nobildonne romane prolungavano i benefici delle terme quando passeggiavano per la Via Porticata o si recavano al tempio a venerare il dio Apollo, patrono della città.
Senza l’acqua, infatti, la collina su cui sorge la città sarebbe stata solo un balcone per ammirare i serpeggiamenti giocosi del Meandro: l’acqua a 35° ne ha fatto invece prima una tiepida e vasta area termale, poi un “castello di cotone” (Pamukkale) con una cascata pietrificata di vasche e vaschette sospese nell’aria e che colano di ripiano in ripiano, cariche di sali di calcio, cristallizzati in stalattiti di un bianco abbagliante: canne d’organo per il vento che ne trae passeggere melodie.

Nello stesso tempo, però, quell’acqua che ha creato un giardino d’acqua sospeso, con le corolle pietrificate che si moltiplicano man mano che essa deborda, lasciando che il sole tragga dai suoi sali bagliori d’arcobaleno, distrae i turisti, allontanandoli dai sontuosi monumenti che permettono di intuire la grandiosità d’un tempo. Senza dire, poi, che l’affollamento ha creato tanti di quei problemi alla purezza delle acque che il Ministero del Turismo ha impedito ai visitatori di entrare nelle vasche che degradano verso la valle.
Nessuno si sarebbe aspettato una tale proibizione, un piccolo terremoto che richiama quelli ben più disastrosi a cui Gerapoli è abituata fin dagli inizi della sua storia. Pare infatti che qualche tempo dopo la fondazione (avvenuta nel 190 a. C. per opera di Eumene II, re di Pergamo), sia stata distrutta dai terremoti almeno quattro volte in due secoli. I danni maggiori si ebbero nel 17 e nel 60 della nostra era, sotto l’imperatore Nerone, per cui i resti che si vedono oggi sono tutti di massiccia impronta romana.

La città raggiunse il massimo splendore nei secoli II e III d. C. e decadde quando Costantino fissò la reggia sulle rive del Bosforo. L’idea migliore della sua grandezza si ha passeggiando per i due chilometri della necropoli che fiancheggia la strada Tripoli-Efeso, la più comoda per raggiungere la città.
Il perché di tante tombe è comprensibile: non tutti i malati che confidavano nelle acque termali guarivano, e si facevano seppellire sul posto. Ma anche chi guariva si preparava la tomba nella “città santa”, vicino ai templi in cui si veneravano divinità anatoliche chiamate con i nomi di quelle greche. Apollo, per esempio, corrispondeva a Lairbenos, il frigio dio del sole. La sua cella sotterranea era consacrata a Plutone, dio degli inferi, per via delle esalazioni venefiche che ne uscivano e che uccidevano tutti, eccetto gli eunuchi (ma solo perché più bravi a trattenere il respiro!).
La gente pensava che la potenza asfissiante del gas era dovuta alla presenza di spiriti malvagi, per cui il luogo era sorvegliato da sacerdoti incaricati di avvertire del pericolo i viandanti e nello stesso placarne i timori. Essi dovevano essere assolutamente credibili, se la gente affollava le terme e il teatro, aperto ancora a ventaglio sulla collina con la maestosità delle gradinate di travertino e le intatte sezioni dell’orchestra.

Dietro il teatro passavano - e si vedono - le mura della città, come testimoniano alcune torri di rinforzo, oltre le quali spicca l’ottagonale “martyrium” dell’apostolo (o del diacono?) S. Filippo, al quale si accedeva per una scala monumentale di travertino, la pietra romana per eccellenza. Verso sud si elevano le imponenti vestigia di un’altra chiesa, uno dei primi santuari cristiani della regione, dato che risale al I secolo dopo Cristo. Perché non pensare che vicino ad essa sia vissuto il vescovo Papìa, quello che raccolse in cinque volumi i Detti del Signore, i cui scarni frammenti lasciano intravedere il pensiero di Gesù attraverso quello dei suoi apostoli?
Nei pressi della stessa chiesa venne scoperta nel 1883 l’epigrafe di Abercio (forse vescovo della città), importantissima perché è la più antica testimonianza lapidaria che parla dell’Eucaristia.
Gerapoli, gloria et divitiae in domo eius!
L’attuale complesso termale (oggi trasformato in museo) è a destra della strada d’accesso: comprendeva i soliti ambienti (frigidarium, calidarium) rivestiti di marmo bianco e oggi affollati da sculture della scuola di Afrodisia. Poco più avanti è possibile “rivivere” l’antico ambiente nella piscina in cui si nuota tra frammenti di colonne marmoree, capitelli corinzi leggermente venati di verde e pesantissimi frontoni di basiliche, umiliati dai terremoti che li hanno seppelliti dentro una calda gabbia d’argento.

A est delle terme si resta sorpresi dalla maestosità d’una basilica cristiana a tre navate (VI sec.), affacciata sulla Via Porticata che attraversava tutta la città da sud a nord, fino a una prima porta bizantina e poi a quella più sontuosa di Domiziano, a tre archi, compresi fra due torri rotonde. Strana architettura, voluta forse dal proconsole Giulio Frontino che ne comandò la costruzione per aggraziarsi l’imperatore.
Il monumento più interessante di Gerapoli, comunque, resta quello costituito dalle 1200 tombe della necropoli, risalenti a un periodo di tempo che va dal II secolo a. C. fino ai primi secoli della nostra era. Tombe di facoltosi patrizi che venivano da tutto l’impero per le cure (non si diceva che l’acqua è stata la fortuna di Gerapoli?) e che facevano costruire la tomba sia per motivi propiziatori che per consuetudine, tant’è vero che una gran parte non é stata mai utilizzata.

Distese a fianco della strada, accavallate o sovrapposte in suggestivo disordine, esse rendono “più sacra” una città già sacra per il luogo di culto dedicato alla Grande Madre e annesso a una caverna considerata l’ingresso al misterioso mondo sotterraneo. Lo stesso mondo che il filosofo Epitteto - originario di Gerapoli - ricorda in alcuni suoi detti pervasi di un profondo sentimento religioso, di sorprendenti riferimenti all’etica, di stretto legame che egli stabilisce fra Dio e l’uomo, al quale ricordava di essere “un frammento di Dio”. Vissuto durante l’espansione del cristianesimo (fu schiavo di un libero di Nerone), egli fa spesso allusione ai missionari che si contentavano d’una sola tunica, che dormivano all’aperto e che amavano i propri persecutori.
Probabilmente è stato il loro insegnamento a far dire al filosofo che “ se uno riuscisse a compenetrarsi in modo conveniente di questo pensiero, che veniamo da Dio, tutti, e che Dio è padre degli uomini, nessuno nutrirebbe di se stesso pensieri ignobili e bassi. Ma come! se Cesare di adotta, nessuno sosterrà il tuo sguardo: e se sai di essere figlio di Dio non ti esalterai?”
Gerapoli, città santa o città di santi?

Egidio Picucci

 

 

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