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in Giappone
I cattolici giapponesi aumenatno grazie
ai matrimoni con ragazze filippine
FATTORI NUOVI NELL’AUMENTO
DEI CATTOLICI IN GIAPPONE
E’ voce comune che l’attuale
primavera che sta vivendo il cattolicesimo in Giappone sia da attribuire
solo in parte all’attività dei missionari. Il “miracolo”
delle conversioni, ma soprattutto del forte aumento dei simpatizzanti
verso la Chiesa cattolica, si deve infatti a due realtà nuove
e, per alcuni versi, impreviste: la presenza nel Paese di giovani
filippine attirate dalla prospettiva di un buon matrimonio con un
giapponese, e il rientro in patria dei discendenti di emigrati dall’America
Latina, quasi tutti cattolici.
Anche se l’entità di una chiesa non si può (né
si deve) misurare dai numeri, “tutti i missionari - ha detto
un francescano da anni impegnato in Giappone - pregano e lavorano
per un raccolto più abbondante, tanto più che la vicina
Corea ha decuplicato il numero dei battezzati rispetto a noi. In
quanto a simpatizzanti, però, noi la superiamo, perché
sono molti i giapponesi che accettano fondamentalmente il messaggio
del Vangelo; che ne apprezzano gli insegnamenti morali; che stimano
l’attività della Chiesa nel campo dell’insegnamento
e dell’assistenza sanitaria; che preferiscono mandare i figli
alle scuole dirette dai religiosi; che amano sposarsi in una chiesa
cattolica. Tutto questo ci spinge a pensare che il 20% dei giapponesi
è “cristiano”, anche se i loro nomi figurano
solo in un virtuale registro bei battesimi”.
Non bisogna dimenticare, inoltre, che l’arcipelago giapponese
per la sua configurazione geografica, ma particolarmente per la
politica del “Sakoku” (chiusura ermetica del Paese),
portata avanti dalla famiglia degli Shogun Tokugawa, per 260 anni
è rimasto al di fuori di ogni influsso straniero, compreso
naturalmente quello religioso. Un’eventuale conversione al
cristianesimo, inoltre, costituisce anche oggi uno strappo doloroso
che isola il battezzato dal tessuto familiare e sociale.
“Il semplice problema della tomba, per esempio - ha aggiunto
il missionario accennando a una pratica riguardante la sepoltura
- è un freno determinante. In Giappone esiste solo la tomba
familiare, in cui vengono poste le ceneri di tutti i componenti
della famiglia dopo la cremazione. Noi cattolici diciamo che un
battezzato può benissimo seguire la tradizione, condividendo
la tomba con familiari non cattolici. Ma di fatto ogni chiesa cattolica
ha il suo cimitero, perché la gente lo chiede, e in cui spesso
si portano anche i resti dei non cattolici.
A volte si arriva addirittura al bun-kotsu, cioè alla divisione
delle ceneri, che sono poste in due tombe diverse, quella cattolica
e quella non cattolica. Si verificano, così, seri casi di
attrito e di incompatibilità fra i cristiani e i costumi
tradizionali che, per sé, non dovrebbero condizionare eventuali
conversioni, ma che in realtà le condizionano.
Così, dato che l’indole giapponese è portata
più ad armonizzare che a lottare, a non esprimersi su posizioni
contrastanti, si arriva al compromesso, accettando due soluzioni
opposte. Il famoso scrittore cattolico Shusaku Endo stigmatizzò
un comportamento del genere, parlando di “putrefazione del
cristianesimo nel grande stagno giapponese”; ma io vorrei
essere più ottimista, se non altro perché, grazie
a fattori nuovi, il numero dei cattolici sta aumentando e ci stiamo
avvicinando a una percentuale che sfiora l’1%”.
I fattori nuovi sono quelli accennati all’inizio, e cioè
il rientro di emigrati, figli di cattolici, e la presenza di giovani
filippine sposate a ragazzi giapponesi. “Questo - ha aggiunto
il missionario - vale tanto per le così dette “Noson
Hanayome”, e cioè le giovani donne filippine che sposano
primogeniti obbligati a continuare il ceppo familiare nell’ambiente
agricolo, appartato, nelle campagne o in montagna, che per quelle
unioni che nascono nelle città, con le giovani filippine
impegnate nei centri urbani.
Anche se la Chiesa non si è fatta mai promotrice di questo
fenomeno cominciato una quindicina di anni fa, e che probabilmente
durerà a lungo, non rifiuta naturalmente l’accompagnamento
degli sposi, preparandoli al matrimonio, e battezza i figli, grazie
anche all’aiuto di francescani filippini inviati in Giappone
per una pastorale specializzata.
Il rientro dei figli degli emigrati è un fenomeno di portata
maggiore rispetto a quello delle ragazze filippine, favorito dal
visto che da qualche tempo il governo concede pure a lavoratori
non specializzati. Anche in Giappone ci sono lavori che i giovani
del posto rifiutano e che la gente chiama “sankei”,
cioè dei tre k: kitanai (sporco); kitsui (duro); kiken (pericoloso).
Rifiutati anche gli stressanti lavori a catena, ai quali si sobbarcano
in qualche modo i senza lavoro che vengono dai Paesi dell’America
Latina, ma di cui il governo si disinteressa volentieri. Le autorità
fanno molto poco per loro, come fecero ben poco per i loro antenati
che lasciarono il Paese.
Ai loro problemi legali e linguistici; alle difficoltà d’inserimento
e di assistenza deve quindi pensare la Chiesa. I Francescani, che
si trovano in Giappone dalla fine del 1500 e che, all’indomani
dell’arrivo, pagarono un alto tributo di sangue con il martirio
di sei religiosi e 17 fratelli dell’Ordine francescano secolare
sul colle di Nishizaka, a Nagasaki, collaborano attivamente con
gli altri istituti in questa preziosa attività.
La presenza francescana si spense lentamente verso la metà
del 1600 per la persecuzione scatenata dalla famiglia regnante dei
Tokugawa e che praticamente annientò il cristianesimo. Da
allora, per due secoli, non sbarcò in Giappone nessun missionario.
Nel 1844, in seguito alla riapertura imposta dagli americani, vi
approdò Padre Forcade, delle Missioni Estere di Parigi, e
più tardi, quando fu concessa la libertà religiosa
(fine dell’800), vi tornarono i Francescani.
Questi sono poi aumentati progressivamente, soprattutto dopo l’espulsione
dalla Cina, per cui pian piano si formò una federazione di
missioni, fuse nel dicembre del 1977 nell’unica Provincia
dei Santi Martiri del Giappone che copre l’intero Paese, dirige
90 parrocchie e il seminario maggiore S. Antonio di Tokyo, frequentato
anche da giovani di altri Istituti, come carmelitani, salesiani,
trappisti, redentoristi, clarettiani, ecc. Di grande importanza
per la chiesa locale è anche l’Istituto biblico aperto
presso lo stesso seminario.
A loro fianco lavorano i Frati Minori Conventuali (giunti in Giappone
con S. Massimiliano Kolbe nel 1930), i Cappuccini (impegnati nell’isola
di Okinava), i Frati Francescani dell’Atonement, numericamente
limitati (9 religiosi) ma preziosi per l’attività nel
campo dell’ecumenismo, come anche nelle parrocchie e nelle
scuole. Altrettanto va detto delle suore dell’Atonement, che
hanno un convento e sei suore.
Presenti anche sette istituti femminili di ispirazione francescana,
uno fondato a Okinava nel 1954 dal vescovo cappuccino mons. Felix
Rey, e che hanno otto case a Okinava e due missioni nell’America
Latina (Perù e Brasile); un altro iniziato dal canadese P.
Gabriel Jucherean Duchesnay nel 1933, con otto case sparse in varie
zone, e suore specializzate nell’assistenza ai bambini abbandonati
e nella catechesi. Le Suore Ospedaliere del Terz’Ordine regolare
di S. Francesco si occupano dell’assistenza agli infermi e
agli anziani in istituti di alta specializzazione. Recentemente
hanno aperto una casa anche in Corea.
Notevolissima la presenza dell’Ordine Francescano Secolare,
nato con l’arrivo dei missionari spagnoli (1500) e che ha
dato alla Chiesa un buon numero di martiri. Ai terziari francescani
si deve l’apertura dell’università di medicina
Santa Marianna a Kawazaki, una città fra Tokyo e Yokohama,
e l’omonimo policlinico, famosi in tutto il Giappone.
Se è vero quanto diceva Paolo VI, e cioè che “una
chiesa che prende coscienza di se stessa diventa missionaria”,
c’è da dire che la piccola chiesa che è in Giappone
è destinata a un promettente avvenire.
Egidio Picucci
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