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di culto di paolo o di tecla?
Scoperta nel 1906 e in via di studio
UNA SCONOSCIUTA GROTTA DI
EFESO:
PRIGIONE O LUOGO DI CULTO DI PAOLO O DI TECLA?
Dimenticata negli anni, nel 1995
è stata ritrovata per la terza volta e studiata scientificamente
una grotta situata sul lato settentrionale del Bülbül
Dag, la collina che sovrasta l’antica Efeso, in Turchia, conosciuta
come Kriphi Panaya . Seminascosta dal verde ricciuto d’un
boschetto di piante nane a circa 80 metri s/m, essa è composta
di due vani naturali, uno grande e uno piccolo lavorati rozzamente,
e di un terzo di forma rettangolare.
Il primo ritrovamento avvenne nel 1906, il secondo nel 1955, quando
si pensò che la grotta fosse “un luogo di culto paleocristiano
nel quale fu venerato Paolo a causa di una pia e sconosciuta tradizione”.
Di questa si occupò più tardi L. Hopfgartner, il quale,
dopo alcune indagini fatte nel 1963, fece risalire la grotta al
IV o al V secolo d. C., sottolineando che il nome di Kriphi Panaya
era stato dato alla grotta dagli ortodossi del vicino villaggio
di Kirkinçe (oggi Siringe) non per un riferimento a Paolo,
ma addirittura alla Madre di Dio. Al tempo del ritrovamento della
santuario di Meryem Ana (1891) da parte di due religiosi lazzaristi,
essi dissero che i loro antenati avevano sempre creduto che “dopo
la crocifissione del Signore Gesù, la Beata Vergine Maria,
rimasta a Gerusalemme sotto la protezione di San Giovanni, con lui
raggiunse Efeso sul monte Budrun. A causa della persecuzione da
parte dei pagani, essa si nascose lì e questa grotta si chiamò
Ghizli Panaya, che vuol dire la vergine nascosta”.
La gente era talmente certa del fatto che ogni anno ne celebrava
la festa il giorno del Zoodoku-Pygis, il venerdì dopo Pasqua.
Secondo il racconto degli stessi ortodossi, raccolto dai due Padri
lazzaristi e sottoscritto da un notaio, “la Beata Vergine
Maria lasciò più tardi questo luogo e si recò
a Kavalli-Panaya (Maria dei pioppi) e da lì sul Bülbül
Dag (collina dell’usignolo), dove morì”.
E dove oggi si trova il piccolo santuario di Meryem Ana Evi, la
Casa della Madre Maria, visitato dai Papi Paolo VI e Giovanni Paolo
II e da oltre mezzo milione di persone all’anno.
La suggestiva tradizione spinse nel 1995 l’archeologa austriaca
Renate Pillinger a riprendere le ricerche della grotta, terminate
nel giro di pochi giorni, grazie alle indicazioni di un operaio
che lavorava da anni con l’équipe da lei diretta. Questa
si è trovata di fronte a una galleria lunga 15 metri, larga
2,10 e alta 2,30, scavata più o meno dritta nella roccia,
senza pavimento e con le pareti lavorate e coperte da più
strati di arriccio con pitture su cui è stato steso un successivo
intonaco biancastro tappezzato di iscrizioni. Numerose e brevi,
alcune “sconfinano” sulla roccia, altre sono state incise
direttamente su di essa.
Nicchie di varia grandezza e con resti di pitture fanno pensare
ad armadi naturali per conservare oggetti liturgici, mentre piccole
cavità ad altezza d’uomo rimandano a basi d’appoggio
per le lampade. Le pitture, come quasi dovunque in Turchia, hanno
il volto sfregiato, soprattutto negli occhi.
Secondo l’archeologa, che ha esaminato la grotta centimetro
per centimetro, è più che probabile che la grotta
sia stata un luogo di culto. La prova sta nella posizione geografica,
nelle scritte trovate all’interno e nelle pitture. Secondo
le indagini fatte fino ad oggi, alla grotta si arrivava seguendo
un largo tracciato che, venendo da oriente, la collegava direttamente
con il mare. Luogo d’una certa importanza, quindi, da raggiungere
agevolmente e che costituiva la sommità d’un agglomerato
cittadino, collocazione non insolita per un santuario. Sopra l’entrata
c’è un muro che doveva sorreggere una scalinata con
aperture di drenaggio per le acque e che finiva sul pendio scosceso
del Bülbül Dag, sul quale era impossibile costruire.
Tutto fa concludere, quindi, che la grotta si trovasse al limite
di un’area abitata; supposizione confermata dal ritrovamento
di ceramiche, tegole, soglie e colonne, “reperti - dice l’archeologa
- che indicano una densità di popolazione nell’area
e l’inserimento naturale del complesso nella vita della città”.
Le iscrizioni si trovano su almeno tre strati dell’intonaco
e alcune sono così marcate che debbono esservi state tracciate
quando questo era ancora umido. Sono tutte in greco e confermano
la tesi del luogo di culto, perché sono acclamazioni o brevi
preghiere rivolte a Dio, a Cristo e a Paolo. Eccone alcune: “Paolo,
aiuta il tuo servitore Nik... Signore, abbi pietà... Paolo
dia al suo servitore Sofronio lo spirito giusto... Signore, aiuta
il tuo servitore Afrodisio e tutta la sua casa... “
“La pittura - ha scritto la Pillinger - si trova su almeno
tre strati d’intonaco: quella superiore è coperta con
intonaco biancastro, che può essere rimosso facilmente, senza
danneggiare nulla”. Cosa che in parte è stata fatta
e che ha consentito di individuare una Trasfigurazione, Lazzaro
e una figura maschile vestita di un himation bianco, non identificabile.
La scena più interessante venuta alla luce è costituita,
comunque, da un ciclo che si legge da destra a sinistra, forse perché
disposta sull’ingresso, e quindi nel senso di marcia di una
persona che entra. Ha scritto l’archeologa: ”Il ciclo
riporta gli Actus Theclae, che in origine erano una parte degli
Atti di Paolo, e che in seguito ne sono stati divisi. Secondo tali
Atti, mentre Paolo predicava nel cortile della casa di Onesiforo,
Tecla lo ascoltava attentamente da una finestra, suscitando stupore
e quasi scandalo nella madre Teocleia, perché sapeva che
era fidanzata con un giovane di nome Thamyride.
Il ciclo pittorico ricorda proprio questo particolare, perché
mostra sulla destra la madre di Tecla scandalizzata; Paolo mentre
predica e Tecla in ascolto dal piccolo vano di finestra. Tutte le
figure, eccetto quella di Thamyride, sono identificabili dal nome
giustapposto”.
La scena non è nuova, trovandosi anche in una cappella cimiteriale
di El-Bagawat e in un avorio del 420/430 conservato nel British
Museum, “ma quella di Efeso - precisa l’archeologa -
unisce vari dettagli di un episodio che, secondo la tradizione,
sarebbe avvenuto a Iconio (Konia) durante il primo viaggio missionario
di Paolo, cioè verso il 50 d.C.”
Perché la presenza di questo ciclo nella grotta efesina?
“Il motivo - risponde la Pillinger - non può essere
chiarito prima del completamento delle indagini archeologiche. Era
un nascondiglio; era una prigione di Paolo; era un luogo in cui
egli veniva onorato? Anche se Tecla probabilmente è solo
una figura letteraria fittizia, mai esistita, bisogna ugualmente
chiedersi se la grotta non sia stata, invece, un suo luogo di culto,
tenendo conto che tutti i luoghi di venerazione di Tecla conosciuti
finora in origine sono grotte”.
Nell’attesa che le indagini consentano di rispondere a questi
stimolanti interrogativi, ci si deve accontentare di una sola certezza:
la grotta è un preziosissimo reperto del VI-V secolo d.C.
che si aggiunge ai tanti altri che fanno della Turchia la seconda
“terra santa” della Chiesa.
Egidio Picucci
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