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le malattie che non fanno mercato
“INCURABILI” LE MALATTIE
CHE NON FANNO MERCATO
L’obiettivo é sempre
chiaro, ma utopico. I partecipanti alle varie Conferenze mondiali
sulla sanità da decenni ripetono che “la salute è
il cuore dello sviluppo” e da altrettanti decenni mostrano
di credere che “entro il 2000 ci sarà salute per tutti”.
Le cose vanno però diversamente, perché il nuovo secolo
è alle porte e nei Paesi emergenti la sanità e le
strutture sanitarie non migliorano. Nel Senegal, per esempio, il
numero dei consulti medici in strutture pubbliche si è ridotto
dell’83% e quello delle giornate di ospedalizzazione del 67,3%.
Nel Burkina Faso il budget sanitario è calato del 25,8%,
mentre la popolazione è cresciuta del 20%. In molti Paesi
dell’Africa il costo dei prodotti medicinali più comuni
è pari a una o più mensilità.
La conseguenza è logica, come ha riconosciuto anche il Presidente
della Banca Mondiale, il quale ha dichiarato onestamente:”Da
una parte sono stati realizzati enormi progressi, come la retrocessione
della povertà e l’elevazione costante dei livelli di
istruzione. Dall’altra, però, debbo riconoscere che
i Paesi in via di sviluppo e, in particolare, i più poveri
tra questi continuano a sopportare un pesante fardello di malattie,
che sarà difficile guarire”.
Quali malattie? In genere si crede che nei paesi tropicali vi siano
malattie misteriose. In realtà c’è una doppia
patologia perché, oltre alle malattie dei paesi temperati,
vi si trovano anche quelle proprie dei paesi torridi. Così,
accanto alle malattie infettive “comuni” (ma che nei
Paesi in via di sviluppo assumono particolare gravità), come
la difterite (100 mila morti all’anno); il morbillo (un tasso
di mortalità 40 volte più elevato che nei Paesi industrializzati);
il colera; l’Aids; la meningite cerebrospinale; la pertosse;
le parassitosi intestinali; la tubercolosi; le malattie intestinali
che provocano la morte di sei milioni di bambini all’anno,
nei Paesi emergenti ce ne sono almeno altre sei che colpiscono più
di un miliardo di persone, e cioè: la malaria, la bihlarziosi
(schistosomiasi), la filariosi, la malattia del sonno (tripanosomiasi),
la leishmaniosi e la lebbra.
La malaria, della cui “imminente scomparsa” si parla
da anni e che invece è ormai endemica per la resistenza dei
parassiti e dei vettori (anofele) ai farmaci e agli insetticidi,
colpisce 270 milioni di persone e provoca circa otto milioni di
morti all’anno. La bilarziosi affligge dai 150 ai 280 milioni
di individui; la filariosi 250 milioni. La malattia del sonno, un
tempo quasi debellata , è ora in aumento in Africa con circa
50 milioni di persone a rischio e 25mila nuovi casi segnalati annualmente.
La morte sopravviene nel 50% dei casi trattati. La leishmaniosi
fa 400 mila nuove vittime all’anno. La lebbra contagia oltre
14/15 milioni di uomini, dei quali solo tre milioni sono in cura.
Le cifre, tuttavia, sono approssimative perché basate su
informazioni provenienti da unità ufficiali (ospedali, dispensari),
concentrate soprattutto nelle aree urbane; in altre zone (rurali)
la vigilanza epidemiologica e i processi informativi non sono tali
da costituire validi parametri di riferimento.
Che cosa si è fatto e si fa per combattere queste malattie?
Molto. In Thailandia i decessi per malaria sono calati del 75% nel
corso di dieci anni. Tuttavia, nonostante questa e altre vittorie,
nessuna malattia tropicale è stata interamente vinta. Il
dottor Tore Godal ha detto che “se si vuole ottenere un reale
successo, è necessario mettere a punto, per ciascuna malattia,
parecchi rimedi”. Talora si è fatto anche questo, ma
la medicina non è arrivata e non arriva a tutti quelli che
ne hanno bisogno.
E’ persuasione comune che si potrebbe fare di più se
non si adottassero strategie sbagliate e se le grandi ditte farmaceutiche
lo permettessero. Le strategie sbagliate le scelgono i “competenti
ministeri” quando demandano ad agenzie di cooperazione gli
interventi in materia di sanità. Così facendo si moltiplicano
i programmi specializzati per il controllo di poche e specifiche
malattie. Gli esperti dicono che le politiche della salute dovrebbero
essere sostenute da due criteri prioritari: l’autonomia e
la sicurezza delle persone. Sicurezza significa un buon accesso
ai servizi senza ostacoli finanziari, geografici, culturali, psicologici.
Autonomia vuol dire possibilità per, la gente, di risolvere
i problemi più semplici senza dover ricorrere ai servizi
sanitari, usufruendo di unità sanitarie periferiche accanto
agli ospedali maggiori, fornite, però, di tutto ciò
che richiede la medicina generale, quella di cui ha bisogno, in
Africa, il 90% degli ammalati.
In poche parole, bisognerebbe moltiplicare i famosi e benemeriti
dispensari che ogni missione apre insieme alla scuola e che da qualche
anno anche l’Oms e l’Unicef guardano con simpatia almeno
per tre motivi: arginano i fenomeni di corruzione; portano le medicine
essenziali e generiche a tutti; consentono grosse economie ai governi
perché i medicinali sono venduti con denominazione comune
internazionale. “Ma questo sistema - è stato detto
- urta gli interessi delle grosse società farmaceutiche e
degli importatori di specialità medicinali”.
Un rapporto della Banca Mondiale ammette infatti che le multinazionali
farmaceutiche premono in ogni modo per impedire la diffusione di
medicinali essenziali, tanto efficaci quanto meno costosi. Come?
Convincendo i responsabili a limitare la crescita delle proprie
industrie farmaceutiche e, una volta provveduto a spartirsi il mondo
in zone di influenza, rinunciando a fare ricerche approfondite.
André Nikiti, ex direttore di un grosso gruppo chimico-farmaceutico
ha detto chiaramente:”Le malattie tropicali non rappresentano
un mercato interessante, perché le persone che ne sono affette
non possono pagare”.
Ma alla prossima Conferenza mondiale si ripeterà che “entro
il 2000 ci sarà salute per tutti”.
Egidio Picucci
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