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religiosi: la grammatica della collaborazione
LAICI RELIGIOSI:
LA GRAMMATICA DELLA COLLABORAZIONE
La vocazione laicale ha nella chiesa
lo stesso diritto di cittadinanza di tutte le altre vocazioni. “Per
loro vocazione, è proprio dei laici cercare il Regno di Dio
trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (LG
21; EV 1/363; cf. GS 38 e 43; EV 1/1437 e 154ss; CIC cann. 224ss).
Questa vocazione è un dono dello Spirito Santo:”L’apostolato
si esercita nella fede, nella speranza, e nella carità, che
lo Spirito Santo diffonde nei cuori di tutti i membri della Chiesa”
(AA 3; EV 1/919). La peculiarità laicale di questo carisma
consiste nella “secolarità”:”Tattate le
cose temporali ordinandole secondo Dio” (LG 31: EV 1/363),
nel mondo e per il mondo; “secolarità” che ha
una dimensione missionaria senza frontiere.
L’apostolato effettuato dai laici “acquista una certa
nota specifica e una particolare efficacia dal fatto che viene compiuta
nelle comuni condizioni del secolo” (LG 35; EV 1/375). Si
tratta, perciò, di un “ruolo proprio e assolutamente
necessario che essi svolgono nella missione della Chiesa”(AA
1; EV 1/912). “Solo all’interno del ministero della
Chiesa come mistero di comunione si rivela l’identità
dei fedeli laici, la loro originale dignità. E solo all’interno
di questa dignità si possono definire la loro vocazione e
la loro missione nella Chiesa e nel mondo (Cf L 8; EV 11/1635).
I documenti del Magistero di ieri e di oggi sottolineano energicamente
non solo che esiste una vocazione laicale, ma anche che essa deve
essere in armonia con le altre vocazioni per la costruzione del
Regno di Dio. Poiché mangiamo “un solo pane”
(1Cor 10,16), tutti formiamo “un solo corpo” (Rm 12,4)
e riceviamo “un medesimo Spirito” (1 Cor 12,11).
Su questa vocazione “assolutamente necessaria” (AA 1;
EV 1/912ss), e sulla collaborazione con essa, i Religiosi hanno
voluto soffermarsi durante l’Assemblea Generale che si è
tenuta a Fuscaldo Marina (CS) nel novembre del 2000, sottolineando
che non si tende una mano ai laici per “riempire i vuoti aperti
nei conventi”, ma per la consapevolezza di condividere con
loro un’unica missione esercitata nella pluralità dei
carismi e radicata nella comune appartenenza a Cristo, nell’unica
chiamata alla sua sequela, nella partecipazione alla sua carità
pasquale per il dono dello Spirito.
Questi princìpi hanno allargato il numero degli “stati
di perfezione”, includendovi sia il clero diocesano che gli
Istituti secolari, la cui dedizione a una vita santa non ha come
scopo di isolarli da qualche cosa, ma di consacrarli a Qualcuno.
Essi si offrono a chiunque sia realmente in cerca di Dio.
Il primo spazio d’incontro e di comunione tra consacrati e
laici è la vita tout court, secondo modalità che possono
andare dal dialogo all’amicizia, dalla condivisione di un
cammino di fede alla comune assunzione di determinati impegni, o
addirittura alla decisione di vivere insieme, sia pure in forme
rispettose delle peculiarità di ciascuno.
Oltre questo ambito, che riguarda individui singoli e ben determinati,
c’è l’ambito che riguarda gli Istituti, data
la presenza di persone che, chiedendo di condividere la spiritualità
di un Istituto, chiedono in pratica di condividerne il carisma che
non si è esaurito nelle forme storiche avute fino ad oggi,
ma che lo Spirito può rinnovare. “E’ la famosa
distinzione che H. U. von Balthasar fa - ha scritto don Gianni Colzani
- tra santità “abituale” e santità “rappresentativa”:
se la prima è la santità normalmente presente nella
vita della Chiesa, la seconda è quella santità particolare,
propria di alcuni ai quali Dio ha attribuito il compito di dare
origine a una nuova espressione di vita spirituale”.
Il secondo spazio di incontro è perciò quello di una
condivisione dei carismi che dalla preghiera si allarga a forme
di vita condivisa. Nonostante le difficoltà che comporta,
questo va considerato un dono di Dio che, oltre a dare una nuova
freschezza alla vita consacrata, lascia intuire qualcosa di quel
futuro verso cui Egli la sta conducendo nelle terre di antica cristianità.
La diminuzione delle vocazioni non diventa così un problema
da risolvere chiedendo aiuto ai laici, ma l’ambito di una
riflessione globale che permette di individuare percorsi nuovi,
che vanno verso una spiritualità condivisa da vocazioni diverse,
cooperanti e stimolanti.
Nella Tertio Millennio Adveniente, il Papa ha invitato a “dare
spazio ai carismi, ai ministeri, alle varie forme di partecipazione
del popolo di Dio, pur senza indulgere a un democraticismo e sociologismo
che non rispecchiano la visione cattolica della Chiesa e l’autentico
spirito del Vaticano II”.
Partendo da questa premessa, il giornalista Giancarlo Zizola ha
proposto a Fuscaldo Marina quattro opzioni. La prima riguarda un
forte investimento sulla formazione delle coscienze dei cristiani
laici, perché soltanto in questo modo ci si può servire
del loro prudente consiglio e li si può incoraggiare a intraprendere
opere anche di propria iniziativa.
La seconda opzione riguarda la povertà, chiave di volta della
lotta per la riforma della Chiesa. “Sostenere i cristiani
in questa ricerca - ha egli detto - sarà efficace nella misura
in cui sarà accompagnata dall’evidenza di una testimonianza
non solo individuale, ma anche istituzionale e comunitaria. L’invito
evangelico pare abbia ritrovato nuova forza non solo in vocazioni
eccezionali, ma anche nel popolo ordinario, che sta riscoprendo
la povertà come valore dell’esistenza, al di là
di un semplice uso moralmente riformato dei beni materiali in alternativa
ai miti e ai riti di una società caratterizzata dal primato
del denaro e dalla ricerca idolatrica della ricchezza a ogni costo”.
La terza opzione riguarda la partecipazione, che comporta, tra l’altro,
una maggiore consultazione dei laici sui problemi riguardanti la
Chiesa e la nomina dei responsabili con una sinodalità regolarmente
praticata, come avveniva ai primi tempi del cristianesimo.
L’ultima opzione si riferisce alla formazione teologica dei
laici, non solo facilitando il loro accesso alle scienze teologiche
(senza, comunque, dosare gli argomenti perché non risultino
troppo difficili, come sembra voglia dire l’espressione “teologia
per laici”) o qualificandoli per un insegnamento storico-critico
della religione nelle scuole di Stato, ma addirittura responsabilizzandoli
dell’istituzione di cattedre di teologia nelle università
pubbliche.
Pur non essendo facile l’equilibrio fra traditio e progresso
e nonostante la sopravvivenza tra “un di più”
e un “di meno”, e rimasugli di una gerarchia di vocazioni
(è naturale per i religiosi pensare che Dio ha chiesto loro
di più e che di più essi hanno corrisposto), sul piano
della collaborazione sono in atto iniziative significative, originali
e promettenti, anche se limitate a esperimenti di periferia, non
ancora raccolti dal centro (direzione provinciale e generale), a
livello cosciente e voluto.
Un passo più deciso sarà fatto quando si ripenseranno
insieme i contenuti della formazione (essa non può essere
un travaso dai chierici ai laici); quando i religiosi non considereranno
più i laici come uomini e donne single o vedovi (una persona
sposata non può subire scelte che il coniuge fa al di fuori
dell’unità di coppia); quando saranno costituite équipes
per la formazione iniziale e permanente in cui anche i laici avranno
pieno titolo per programmare i piani di studio e la qualità
dei contenuti e degli insegnamenti.
Accettato che “non si può camminare più da soli”
per non rischiare di fare un’operazione di emarginazione che
si paga cara e si fa pagare cara al Vangelo (Dio stesso è,
per così dire, contemporaneamente laico e religioso), pare
opportuno ricordare le piste di comunione proposte dai coniugi Attilio
Danese e Giulia Paola Di Nicola:
istituire un nucleo, costituito almeno da un religioso, una donna
e un uomo per promuovere, animare e coordinare le iniziative che
rafforzano la relazione tra consacrati e laici;
favorire lo sviluppo di una varietà di ministeri come risorsa
nuova per la Chiesa;
favorire la presenza, ov’è possibile, di laici rappresentativi
a tutti i livelli dirigenziali;
valorizzare ciò che nasce dal basso;
collaborare a opere fondate dai laici;
organizzarsi in équipes miste;
sostenere e alimentare esperienze di comunione;
fare il possibile per rendere più flessibili gli statuti.
Il cammino è agli inizi; la
grammatica della collaborazione è alle prime pagine; la situazione
necessita di tempi di sperimentazione.
Ma partire è la prima condizione per arrivare.
Egidio Picucci
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