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una chiesa ai confini del deserto
MAURITANIA: UNA CHIESA AI CONFINI
DEL DESERTO
Un’immensa distesa di sabbia
e di rocce (1.030.700 Kmq), spezzata da radi cespugli con dune mobili
o fossilizzate, su cui si erge, di tanto in tanto, qualche massiccio
roccioso e con la media di un abitante per chilometro quadrato,
nel 1960 divenne Al-Jumhuriya al-Muslimiya al-Mauritaniya - Repubblica
Islamica di Mauritania - a conclusione di un processo storico iniziato
nel secolo undicesimo, quando la popolazione originale sudanica
cominciò ad essere schiavizzata dagli invasori Berberi.
Metà del territorio è un deserto infocato in cui oggi
si aggirano famelici fennec (piccole volpi) e piccoli roditori chiamati
gerbilli, e ieri - ma un ieri assai lontano - culla di una civiltà
sorprendente, come testimoniano i dipinti rupestri trovati a Bir
Moghreim, risalenti al sec. XVI a.C. L’altra metà è
zona di pascoli e di colture. L’una e l’altra sono incuneate
fra due oceani: l’Oceano Atlantico da una parte e l’oceano
di sabbia, il Sahara, dall’altra, e fra due Afriche: l’africa
bianca al nord e l’africa nera al sud. Nella regione sahariana
non esistono vie di comunicazione, se si eccettuano le piste carovaniere
dirette da Timbuktù e Gao verso il Marocco e l’Algeria.
L’unico corso d’acqua permanente è il fiume Senegal,
che scorre a sud, lungo il confine con la Repubblica omonima. Gli
altri sono corsi d’acqua stagionali (wed). Il clima caldissimo
può facilmente superare i 45°, mentre il livello annuo
delle piogge si ferma a cinque centimetri. Ciò nonostante
la bandiera del Paese è formata da una stella e dalla mezzaluna
in oro su campo verde. ”La sabbia che possediamo - dicono
i mauritani - è il verde della speranza”.
I confini del Paese corrono in linea diretta per migliaia di chilometri
in zone assolate e racchiudono popolazioni che hanno costumi diversi.
L’80% della popolazione è infatti composta da nomadi
o seminomadi e il rimanente 20% da agricoltori. I nomadi sono in
gran parte di stirpe maura (detta anche bhidàn, che significa
bianca), di discendenza arabo berbera, dediti all’allevamento
e al commercio. La loro società è divisa in caste
in cui la donna occupa un posto importante, avendo il diritto di
possedere propri beni e di esprimere il proprio parere sulle questioni
più importanti. Essa é anche depositaria delle tradizioni
musicali e poetiche.
I sedentari invece sono negri Toucouleur (o Tekrur), Peul, Sarakollé,
Wolof. I beidàn non sono ancora riusciti a frantumare le
barriere razziali che li separano dai negri, più disponibili
al progresso. Da segnalare anche la presenza degli haratin, che
sopravvivono facendo i servi degli antichi conquistatori mauri:
come questi, essi parlano un arabo dialettale: l’assaniya.
Degli uni e degli altri si interessa il marabout, una sorta di docente
ambulante che insegna il Corano, il diritto islamico, la storia
e la teologia alle comunità che incontra lungo la strada.
“In sella ai nostri cammelli - ha scritto un anonimo autore
mauritano - abbiamo dato vita a una scuola per far conoscere il
libro di Dio”. Famose le “università della sabbia”
che conservano un migliaio di antichissimi codici islamici di inestimabile
valore.
La sedentarizzazione delle tribù nomadi attorno alle grandi
città per fuggire l’avanzata del deserto (6 Km all’anno)
ha spopolato le oasi, la cui densità di occupazione, pur
essendo bassissima, contribuiva a mantenere un buon equilibrio ecologico
tra l’uomo e il territorio. Le oasi maggiori, al contrario,
si stanno trasformando in vere e proprie città con evidente
spreco di terreno fertile.
Ancor più grave è la situazione lungo la cosiddetta
“strada della speranza”, diretta da Nouakchott verso
Est, su un percorso di 1300 Km. I mauri, incapaci di diventare agricoltori,
si sono accampati a ridosso dei punti d’acqua per aspettare
i camion con gli aiuti alimentari. L’economia del Paese è
basata principalmente sullo sfruttamento delle miniere di ferro
e di rame, sull’agricoltura, sulla pesca e sull’allevamento.
La società maura è fortemente condizionata dall’Islam
di rito malekita (al quale aderisce il 95% della popolazione), diffuso
nel Paese verso il 1048 da un gruppo di guerrieri puritani e fanatici,
partiti da un ribàt (monastero) situato sul fiume Senegal
e che conquistarono un impero esteso fino alla Spagna, l’impero
Almoravide, che diede alla società mauritana la forma attuale.
Lingua ufficiale della Mauritania è l’arabo: nazionali
sono il poular, il wolof, il soninke e l’hassaniya. Usato
anche il francese. L’analfabetismo interessa il 62,3% della
popolazione, che assomma a 2.220.000 abitanti.
La capitale Nouakchott - “il luogo dove soffia il vento”
- costruita dai francesi qualche anno prima dell’indipendenza
(1960) e situata a pochi chilometri dal mare, da piccolo villaggio
di 400 abitanti, in meno di quarant’anni è diventata
una città di quasi mezzo milione di persone.
Se qualche missionario cristiano mise piede in passato su questa
terra, fu più per volontà del destino che non per
un preciso scopo di evangelizzazione. Infatti nella primavera del
1778, in seguito al naufragio presso Nouadhibou di una nave diretta
alla Guyana, due Padri Spiritani - Padre Déglicourt e Padre
Bertout - furono fatti prigionieri dai pescatori mauri e poterono
rientrare in Francia solo dopo lunghe e complesse vicissitudini.
Nel dicembre dell’anno successivo lo stesso P. Déglicourt
si trovò occasionalmente a partecipare alla presa di S. Louis
del Senegal. Insieme ad altri due religiosi esercitò per
qualche anno il ministero, ma più presso i suoi connazionali
che presso i musulmani. In seguito - data anche l’assenza
di qualsiasi comunità cristiana - la Mauritania divenne un’appendice
della Prefettura Apostolica di S. Louis e ne seguì le relative
evoluzioni.
In epoca assai più vicina - 1955 - Mons. Landreau, Prefetto
Apostolico di St. Louis, vittima più tardi di un incidente
aereo, chiese ad alcune suore che parlavano arabo di iniziare ad
Atar un’opera di promozione della donna. Tre di esse arrivarono
a Nouadhibou (a quel tempo Port Etienne) e quattro ad Atar, dove
aprirono un asilo per i figli dei militari francesi e si occuparono
delle donne mauritane. Successivamente egli aprì alcune stazioni
missionarie, in aggiunta a quella fondata nel 1950 da un cappellano
delle truppe francesi.
La Chiesa è oggi presente nel Paese con una comunità
di quasi cinquemila cattolici, tutti stranieri (europei, senegalesi,
maliani, beninesi, togolesi, zairesi) e nomadi, perché restano
nel Paese per poco tempo. Non mancano, tuttavia, qurelli che vi
risedono da oltre trent’anni, che hanno famiglia, che vivono
di artigianato e “che - ha detto il vescovo attuale - hanno
figli e nipoti in ricerca vocazionale”.
Pur vivendo quasi tutti nella capitale (85%) essi sono distribuiti
in cinque parrocchie - la più antica, Nouadhibou, è
stata fondata quarant’anni fa - e sono assistiti da dodici
sacerdoti; un diacono permanente; sei fratelli non sacerdoti; una
quarantina di suore che dirigono due istituti di educazione e 19
di assistenza, e tre missionari laici. Due di essi sono egiziani
e, insieme alle suore libanesi, costituiscono un grosso punto interrogativo
per la gente, secondo la quale tutti gli arabi sono musulmani.
I non cattolici sono alcune centinaia e appartengono a varie nazionalità
e denominazioni. Come i cattolici, essi si trovano per lo più
nella capitale, dove si riuniscono ogni venerdì per il culto
in una sala messa a disposizione dai cattolici, con i quali mantengono
buone relazioni.
Alla scomparsa di Mons. Landreau la S. Sede eresse la nuova diocesi
di Nouakchott, il cui territorio abbraccia tutta la Mauritania,
affidandola a Mons. Michel Bernard, già arcivescovo di Brazzaville.
Pur essendo una Repubblica islamica, cioè uno Stato confessionale,
la Mauritania riconosce la libertà di coscienza e di culto:
ciò nonostante chi volesse passare al cristianesimo troverebbe
grossi ostacoli non solo nell’ambiente, ma anche nella propria
famiglia.
La catechesi è rivolta ai giovani battezzati stranieri, ma
anche ai catecumeni adulti, quasi tutti provenienti dalla Guinea-Bissau.
La pastorale insiste sul significato della presenza cattolica in
un ambiente totalmente musulmano, presenza che deve essere caratterizzata
da una esatta conoscenza dell’islam e da un tentativo di dialogo
con chi lo professa. Alcuni cristiani capiscono questa missione
fino a imparare la lingua del Paese (hassanya) nei gruppi di studio
animati dai missionari.
La testimonianza della comunità cattolica assume due forme
principali: l’azione delle suore, quasi tutte impegnate nella
sanità, nell’azione sociale e nell’insegnamento,
e nelle realizzazioni della Caritas, costituita nel 1972 e sollecita
a intervenire in ogni necessità. Queste attività sono
considerate una vera integrazione nella nazione e creano un clima
di simpatia e di stima.
Dal 1995 vescovo di Nouakchott è Mons. Martin Albert Happe,
il quale ha detto recentemente che “la piccola chiesa della
Mauritania è una sfida alla saggezza umana. Nel difficile
dialogo con l’islam, essa testimonia Cristo in mezzo a un
popolo provato dalla natura ostile e il cui senso di Dio stimola
continuamente i cattolici. Essa è l’ancella disposta
al servizio dei fratelli e l’orante che attende con fiducia
l’ora di Dio”.
Egidio Picucci
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