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Nell’Alto Atlaz del Marocco

FRANCESCANE MISSIONARE NOMADI CON I NOMADI

Al Maghreb in arabo significa “l’Occidente”; termine che, riferito al Marocco, è accentuato in Maghreb al Aqsa, che vuol dire estremo occidente, perché i confini del Paese sono segnati da un lato dall’oceano e dall’altro dal nulla dell’immenso deserto. La sua posizione ha acceso le fantasie più fervide, anche perché, secondo i miti dell’antichità, vi si trovavano le colonne d’Ercole, limite estremo del mondo abitato, e il giardino delle Esperidi dai pomi d’oro, un termine poetico per indicare gli agrumi che anche oggi arricchiscono la campagna.
L’interno del Paese è invece composto da una lunga fuga di altipiani (Meseta ) e da quattro catene di montagne quasi parallele e con direzione ovest-est, iniziando con il Rif, che assomiglia a una mezzaluna, e continuando con il Medio Atlante, l’Alto Atlante e l’Anti-Atlante, che si perde in una zona completamente arida.
Sull’Alto Atlante, che costituisce il limite tra le zone di agricoltura permanente e il deserto, vivono i “signori” della montagna, cioè i nomadi, gente fiera, libera, cosciente del valore della propria cultura e delle proprie tradizioni. Essi sono i primi abitanti del Paese, cacciati sulle montagne dagli arabi nel XV secolo; un’ingiustizia che ha permesso loro di salvare la vita, la libertà, la lingua e i costumi. Sono i “padroni” di casa, anche se c’è chi li considera inferiori ed emarginati. Invece sono soltanto isolati, perché, non avendo neppure la strada né un mezzo di trasporto all’infuori del mulo per mettersi a contatto con gli altri, vivono a 1.500 -2.000 metri, spostando le tende secondo le necessità degli armenti.

Impossibile per questo garantir loro un dispensario, una scuola o semplicemente una casa per proteggersi dalla pioggia o dalla neve; l’unico comfort è la tenda nera, che per loro è come una seconda pelle, e la sola ricchezza il gregge, insidiato dai capricci delle stagioni: epidemie, siccità, inondazioni, freddo.
Questa situazione di precarietà e di abbandono non ha lasciato indifferenti le Suore Francescane Missionarie di Maria, le quali hanno deciso di prepararsi una tenda e di seguire i nomadi sui pascoli corsi dal vento. La prima a vivere sotto la tenda fu suor Cécile Prouvost, che 25 anni fa cominciò a condividere con i nomadi i sacrifici di un’itineranza interminabile e penosa.
L’équipe attuale è composta da tre suore: suor Ludivina Saiz, (spagnola), infermiera e unico riferimento medico in un raggio di oltre 20 Km; suor Begonia Arrizabalaga (spagnola) insegnante di economia domestica, che dà lezioni di taglio e cucito alle donne, e suor Simone Bocognano, insegnante in pensione che però continua il suo lavoro scolastico con i piccoli berberi.
Durante la stagione buona le suore vivono sotto la tenda come gli indigeni, nomadi come loro; in inverno abitano una casetta di terra e assi - come quelle dell’altra gente - nel villaggio di Tatiouine, abitato quasi esclusivamente dagli anziani.

La porta della loro casa è sempre aperta, in modo che a tutti è possibile entrare e sedersi accanto al fuoco per una conversazione che generalmente non va al di là dei problemi della salute, del pascolo, del tempo e del gregge. Il lavoro più urgente è quello sanitario, perché c’è da far tutto: vaccinare i bambini, prevenire le malattie insegnando l’a b c dell’ igiene, far fronte ai casi più urgenti e più gravi, un parto difficile, un ferito grave, ecc. che richiedono un trasporto all’ospedale, impossibile a dorso di mulo.
Durante la giornata nella tenda o nella casa delle suore c’è un viavai ininterrotto di bambini/e che vengono per imparare a tenere in mano la penna o il ferro da calza. A sera li sostituiscono i giovani che si ammucchiano attorno all’unico libro illuminato dalla lampada a gas per imparare i primi rudimenti dell’arabo o dell’aritmetica. “Come non rispondere a tanto desiderio di imparare? - si chiedono le suore - come non fare il possibile perché i figli dei nomadi siano scolarizzati come gli altri?”
Per arrivare meglio a tutti, recentemente esse hanno aperto a Tatiouine un mini-collegio per bambini in cui l’insegnante assicura la direzione e la sorveglianza e una donna del villaggio garantisce la cucina e le pulizie.
Ovviamente le suore non potevano dimenticare le donne, per le quali si è cercato di recuperare un mestiere che minacciava di scomparire: la tessitura. Vedendo come ognuna avesse e si portasse dietro un piccolo telaio, anche se non lo usava più, accontentandosi di filare la lana dei propri montoni, le suore hanno rilanciato una modesta ma vivace industria di tessitura, affidandone la direzione e la responsabilità a una coppia del villaggio.

L’idea è piaciuta e così ogni settimana arrivano a Tatiouine tappeti, coperte, cuscini coloratissimi e con disegni originali, fatti da artiste che non si conoscevano.
Il problema è vendere tutto; ma le suore sperano di costituire una cooperativa che faciliti la produzione, ma soprattutto lo smercio di un prodotto che ha risvegliato le sopite capacità artistiche delle nomadi che nelle decorazioni si ispirano al mondo che le circonda: il deserto, la montagna, le piante, gli animali, la tenda.
Un realismo che richiama pittori di antica data e di indiscussa forza espressiva.

Egidio Picucci

 

 

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