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DIVENTERA’ UN MUSEO
LA CASA DELLA MADONNA A EFESO?

“Non lasciamoci sfuggire Meryem Ana”. Il titolo del servizio apparso l’estate scorsa sul quotidiano Yeni Asir (Nuovo Secolo), non ammette dubbi sulle intenzioni di una fantomatica “Fondazione turistica e di propaganda per Meryem Ana” che negli ambienti cattolici della Turchia è vista come il cavallo di Troia per mettere le mani sulla casa in cui, secondo un’antica tradizione, la Madonna avrebbe passato gli ultimi anni di vita.
La casetta si trova a due passi dalle famose rovine di Efeso, sulla cima del Bülbüg Dag (collina dell’usignolo), dove Giovanni avrebbe fatto salire la Vergine, al riparo dal chiasso della città e della persecuzione. Dimenticata negli anni, essa fu ritrovata nel 1891 da due sacerdoti lazzaristi che ne supposero la probabile autenticità fondandosi soprattutto sul racconto degli abitanti di Siringé, un villaggio ortodosso dei dintorni, che il 15 agosto si recavano da secoli in pellegrinaggio a Panaghia-Kapouli - la Porta della Tuttasanta - perché, secondo i loro antenati, lì era vissuta e morta la “Beata Madre di Dio”.

Le supposizioni dei sacerdoti lazzaristi furono confermate dall’archeologo Prof. Adriano Prandi che diresse una serie di scavi tra il 1965/1967: secondo il suo parere il materiale del muro più antico della casa è identico a quello usato nelle costruzioni del primo secolo dopo Cristo, lo stesso tempo in cui, secondo alcuni reperti, il luogo era già venerato dai cristiani.
Col tempo il piccolo santuario è diventato un punto di riferimento mondiale per i pellegrini (si parla di un milione e mezzo di presenze all’anno) che visitano la Turchia, stupiti di trovare un luogo mariano in pieno territorio musulmano. Di fronte a questa marea di gente, che durante l’Anno Giubilare raggiungerà cifre più elevate, le autorità locali sono intervenute per comprensibili vantaggi economici. Pur non avendo nessun diritto di proprietà sul luogo che appartiene a un’associazione privata legalmente riconosciuta e composta da cattolici e musulmani - il Dernek - l’hanno praticamente usurpato, esigendo il pagamento di un milione di lire turche (circa quattro mila lire italiane) da chi vuol entrare nell’area del santuario.
Ora, su pressione di una “fondazione” che dà l’idea di essere nata solo ad hoc , vorrebbero appropriarsi anche del santuario, convinte che, in mano loro, il “turismo religioso” potrebbe risolvere la crisi di quello civile, caduto a livelli preoccupanti.

“Non dobbiamo guardare a Meryem Ana né come cristiani né come musulmani - si legge nell’articolo del giornale - ma solo come a un tesoro che appartiene alla nostra terra come la Cappadocia, come i mausolei di Mevlana a Konya e di Ataturk ad Ancara. Se un santuario del genere l’avesse la Grecia, esperta in turismo, ne avrebbe fatto una miniera di dollari. Si dirà che la Grecia è un paese cristiano e il nostro è un paese musulmano, e quindi che la nostra situazione è diversa. Ma proprio qui sta il punto: favorendo il turismo religioso, un paese non cristiano dà prova di tolleranza religiosa e diventa immediatamente simpatico ai paesi cristiani, per cui non dobbiamo lasciarci sfuggire Meryem Ana”.
Temendo l’insuccesso di un’iniziativa personale, il giornalista s’è nascosto dietro una misteriosa associazione che, se riuscisse davvero ad appropriarsi del santuario, lo ridurrebbe nelle condizioni in cui si trova la vicina basilica del Concilio, liberata dalle sterpaglie solo una volta all’anno per la festa della Theotokos, o quella non lontana di S. Giovanni, museo a cielo aperto come le rovine di Afrodisias.

“C’è anche da tener conto - ha detto un esponente cattolico - che equiparare un santuario cristiano a un mausoleo musulmano vuol dire fare il primo passo per dichiarare inconcepibile la presenza dei cattolici prima a Meryem Ana, e poi altrove”.
Ovviamente tutti si augurano che questo non avvenga; ma è un fatto che l’iter del progetto per una decorosa sistemazione del luogo, presentato da tempo dal Dernek alle “competenti autorità”, e che prevede anche un locale polivalente da usare per il culto in caso di cattivo tempo, subisce inspiegabili rallentamenti.

Egidio Picucci

 

 

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