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“PANE E SIGNORE”
PER LA DIFFICILE MISSIONE IN NIGERIA

Gigante inquieto, la Nigeria sta affrontando sfide enormi, dovute soprattutto alle difficoltà di intesa tra i vari gruppi etnico-religiosi e alla situazione economica che ha fatto crescere ulteriormente le ataviche differenze sociali fra 130 milioni di abitanti, divisi in 250 gruppi tribali, Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, il Paese è tra i venti più poveri del mondo.
E questo nonostante l’esportazione del petrolio (la Nigeria è al sesto posto mondiale in questo campo) procuri all’erario pubblico il 68% delle entrate e il 95% della valuta estera. Il denaro, però, non è investito nel rilancio agricolo, per cui oggi il governo deve importare i prodotti alimentari che un tempo esportava.

Statistiche recenti assicurano che il 35% della popolazione vive al di sotto del livello di povertà. Più esattamente il 50% non ha accesso all’acqua potabile; il 12% è malnutrito; il 35% dei bambini al di sotto dei cinque anni è sotto peso e il 42% ha difficoltà di sviluppo. A tutto questo vanno aggiunti i danni dell’Aids, che colpisce il 5% della popolazione rurale.
“Nel Paese - ha scritto un missionario guanelliano - regna un diffuso senso di insicurezza e di paura. L’economia è a terra ed è impossibile rimettere in piedi le infrastrutture sociali distrutte qualche tempo fa. Il risultato è la povertà cronica che porta alla violenza. I soggetti più esposti sono i giovani che, per fame, sono disposti a tutto.
La maggior parte dei ragazzi non frequenta la scuola, e quindi li trovi dappertutto: sulle strade, nei mercati, nei luoghi di svago, facile preda per chi vuole usarli come mano d’opera a basso costo nelle grandi e difficili città. Nel migliore dei casi vendono acqua depurata o altri generi di consumo immediato. Li chiamano street children, bambini di strada, e spesso sono usati come corrieri e spacciatori dai baroni della droga, che poi li introducono all’uso delle sostanze che smerciano.

Disturbati mentalmente e debilitati fisicamente, si riuniscono in bande che, per pochi soldi, uccidono e saccheggiano, com’è successo a un nostro confratello, sequestrato e portato in giro per la città per varie ore. Perfino la fraternità del don Guanella Center è stata tenuta in ostaggio e derubata di tutto”.
“La stanchezza della natura, privata dell’acqua ormai da alcuni mesi - ha scritto una monaca clarissa italiana di Ijebu-Ode - è la stessa che si avverte nel cuore di molti nigeriani: ospedali e scuole in sciopero per lunghi periodi, perché i dipendenti non vengono pagati; lavoro che manca; assistenza sanitaria inesistente, malattie che prosperano e uccidono. I prezzi salgono, ma non i salari, per cui la delinquenza, la corruzione e i furti (le inferriate del nostro monastero non sono tanto “segno” di clausura quanto di protezione contro i furti) sono altissimi”.

I giovani fanno una vita dura per sopravvivere e trovano nei missionari l’unico punto di riferimento sicuro. “Noi siamo missionari in senso tradizionale - ha aggiunto il missionario guanelliano - e il nostro obiettivo è l’annuncio del Vangelo con le opere di misericordia e di carità, dando in abbondanza pane e Signore, come diceva il nostro Fondatore. Non siamo infatti semplicemente operatori sociali che erogano servizi ai bisognosi, ma apostoli del Vangelo della carità che, in nome e per amore di Cristo, si mettono a servizio dei poveri, coinvolgendo quanti a vario titolo collaborano da vicino alla nostra missione, cercando di favorirne lo sviluppo in un clima di rispetto e di accoglienza.
Siamo nell’ex Biafra, dove abbiamo due centri, uno a Ibadan, l’altro a Nebukwu, interessandoci soprattutto dei disabili e di quanti non hanno voce. Diamo loro assistenza e sostegno, ma cerchiamo di aiutare anche le madri, i neonati e i ragazzi che vogliono studiare”.

Dell’insegnamento si interessano soprattutto i Gesuiti con la Loyola High School di Abuja e quella di Lagos, nelle quali studiano complessivamente 1.600 ragazzi. Per il momento i missionari dirigono solo le scuole superiori, ma stanno formando alcuni loro giovani per inserirli nelle università come professori.
Anche le monache clarisse (come tutti gli altri istituti religiosi, ovviamente), nel loro piccolo aiutano i poveri. “Il monastero - ha scritto la monaca italiana - è la soglia su cui i nostri amici, cattolici e no, possono aprire il loro cuore e confidare le loro gioie (poche) e le loro angosce (molte), e dove possono trovare un aiuto fraterno quando ce n’è reale bisogno”.
La stessa cosa avviene nei conventi dei Cappuccini, presenti in Nigeria dal 1984. “Il campanello del convento - ha scritto un giovane religioso locale - viene suonato più volte al giorno da persone bisognose. Nessuno torna indietro a mani vuote o, se il bisogno non è di ordine materiale, senza una parola di conforto. I poveri più bisognosi sono quelli che non possono chiedere; per questo ci rechiamo ogni settimana al carcere della città (Onitsha) portando qualcosa da mangiare. La situazione nelle carceri è difficile, specialmente per chi è in attesa di processo. Molti muoiono durante l’attesa”.

Anche se il panorama religioso è quanto mai variegato con musulmani (45%), cristiani (35%), seguaci delle religioni tradizionali (20%) e aderenti a oltre 6.500 “chiese fungo” regolarmente registrate, la gente è profondamente religiosa. “Un monastero di clarisse in piena zona musulmana - ha scritto ancora la monaca italiana - è un segno di speranza; e quanto più la realtà umana è deludente e frustrante, tanto più è urgente e vitale la fiducia nel potere della preghiera. E per molti di questi nostri fratelli e sorelle, siano essi cristiani o musulmani, la preghiera, l’intercessione, la supplica sono una cosa spontanea, insita nelle loro natura, espressa nel canto e nella danza, occasione privilegiata che spezza il grigiore di una vita opprimente”.

Vita che molti giovani vorrebbero cambiare, magari scegliendo il monastero o il convento. Ogni anno si presentano alle loro porte 400/500 giovani. “Troppi - ha detto un giovane cappuccino - per credere che tutti abbiano riflettuto seriamente sulla scelta. E’ chiaro, quindi, che si impone una selezione severa, dalla quale se ne “salvano” non più di cinque o sei.
Tuttavia questa fioritura di adesioni ci fa ritenere che fra qualche anno la nostra presenza si espanderà in forme adeguate di evangelizzazione”. “Molti nostro amici musulmani sono dei convertiti - aggiunge la clarissa - a cominciare dal nostro vescovo, e altri sono musulmani praticanti che ci amano e ci rispettano, perché nella nostra zona c’è una grande tolleranza. Spesso ci chiediamo: ma se l’integralismo e l’intolleranza si estendessero al sud?
Speriamo che avvenga il contrario. Nell’attesa noi continueremmo ad aiutare tutti con la preghiera e il cibo, nonostante il tifo, la malaria e altre malattie che in Italia non conoscevamo e che qui ci affliggono, continuando a cantare insieme alla gente che viene a trovarci ese o Jesu, ese o Baba”.

Egidio Picucci

 

 

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