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Quelle candele
Immerso nei pensieri.
Solo, anonimo, davanti a quel grande lucernario.
Via vai di gente sconosciuta, silenziosa,
arrivata da lontano.
Uomini, donne, bambini e vecchi.
Carichi di storie e disperati smarrimenti.
Poveri crocifissi della vita.
Si fermano un istante, balbettano una preghiera.
Accendono una candela,
le gote si spiegano al sorriso,
forse, nasce una speranza.
Poi via, sulla strada del ritorno
a vivere la cronaca.
Ogni candela racconta una domanda:
storie di sofferta solitudine,
di dolore nella carne, di amori infranti da tradimenti,
di esistenze sconvolte e ricerche ansiose,
per vivere un po’ di pace.
Arrivano tutte belle e diritte, le candele.
Alcune sono piccole, altre grandi.
Ci sono quelle corte e quelle lunghe.
Impastate di lacrime!
Quasi sentinelle delle speranze umane.
Accese.
Si consumano per amore
alla Madonna dei pastorelli di Fatima.
Spettacolo!
Le candele lentamente si deformano.
Si piegano.
Le più grandi vengono scavate, deformate e consumate
dalle vicine più piccole.
Alcune stanno proprio per finire,
resta solo lo stoppino acceso.
Altre, più deboli, si spengono
per qualche improvviso alito di vento.
Poi si riaccendono alla fiamma vicina.
Alcune, insieme, formano una sola fiammella.
Offrirsi e consumarsi insieme per amore.
E il mio pensiero diventa tacita preghiera.
In quelle innumerevoli candele c’è la vita umana.
Prima diritta, florida e appariscente.
Poi, lentamente, consumata dagli anni,
dalle sofferenze e dagli egoismi.
Ci si ritrova scavati, deformati, usati, contorti.
Forse smarriti e spenti.
Con la cera consumata e donata.
Signore, forse, la cera della mia candela si va riducendo.
Che resti sempre accesa.
Nonostante i… venti!
P. Claudio Luciano
novembre 2002
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