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RELIGIOSI E CULTURA
Sono note a tutti le tre accezioni
del termine cultura nelle lingue neolatine e in quella inglese,
e cioè: cultura ordinaria, pedagogica ed etnologica (o sociologica).
Noto anche il significato di ognuna di esse: la cultura ordinaria
si riferisce all’erudizione, o competenza, sia in generale
che in un determinato settore del sapere; quella pedagogica riguarda
l’educazione, la paideia dei greci; quella sociologica, o
etnologica, verte su tutto quanto è frutto della genialità
e della creatività di un gruppo sociale, di una tribù,
di una popolazione.
La nobiltà di una cultura dipende dalla grandezza e dalla
forza umanizzante dei valori che essa promuove e coltiva. Nessun
dubbio, perciò, che la cultura religiosa abbia qualcosa in
più rispetto alle altre.
I rapporti tra cristianesimo e cultura hanno assunto svariate forme
nel corso dei secoli. All’inizio il cristianesimo fu respinto
dalla cultura greca come una follia, e fu perseguitato dalla politica
romana come un pericolo per l’impero.
Da parte loro i cristiani, nei primi secoli, si dimostrarono diffidenti
e ostili nei confronti della cultura greco-romana, giudicata perniciosa
o superflua (Tertulliano, Ireneo). Il loro atteggiamento mutò
soltanto quando le frontiere dell’impero cominciarono a sfasciarsi
e gli otri della cultura classica a disseccarsi; allora furono i
cristiani a mettere in salvo i tesori più preziosi della
cultura classica: la filosofia platonica e il diritto romano.
Lo scontro culturale si rinnovò in pieno medioevo (anche
se in forme certamente meno vistose), quando si affacciò
al mondo cristiano la cultura filosofica e scientifica di Aristotele.
Ci vollero oltre due secoli (XII e XIII) prima che il cristianesimo
riuscisse a togliersi i panni platonici per rivestire quelli aristotelici.
Più tardi, grazie al paziente e intelligente lavoro di Tommaso
d’Aquino, venne alla luce la compatibilità della metafisica
aristotelica col cristianesimo. Nuovi scontri esplosero durante
il rinascimento, in conseguenza della riscoperta e della rivalutazione
della cultura pagana; nel secolo XVII con l’affermarsi di
nuove realizzazioni culturali, soprattutto della scienza e della
tecnica; poi, nei secoli XIX e XX, con lo sviluppo della storiografia,
della psicanalisi, della sociologia, dei nuovo mezzi di comunicazione,
ecc.
Nel suo celebre saggio Christ and Culture (1951) R. Niebuhr, facendo
un accurato esame della storia bimillenaria dei rapporti tra cultura
e cristianesimo, trova che per risolvere questo problema sono state
tentate cinque vie: 1 – esclusione reciproca (Tertulliano,
Porfirio, Marx, Nietzsche); 2 – conversione della cultura
al cristianesimo (S. Agostino); 3 – sintesi (S. Tommaso),
4 – identificazione: il cristianesimo è considerato
come apice della cultura (Hegel); 5 – polarità o tollerazione
(Tillich, Guardini).
La Chiesa, già dai tempi di Clemente Alessandrino e Origene,
ha sempre concepito i rapporti tra cultura e cristianesimo in termini
di correlazione e armonia, sul modello della correlazione volta
all’armonia che si registra nei rapporti tra grazia e natura,
secondo il celebre concetto gratia non destruit sed perficit naturam.
Questo insegnamento ha trovato una felice espressione nella Gaudium
et Spes, dov’è detto:”La Buona Novella di Cristo
rinnova continuamente la vita e la cultura dell’uomo decaduto,
combatte e rimuove gli errori e i òali, derivanti dalla sempre
minacciosa seduzione del peccato. Continuamente purifica ed eleva
la moralità dei popoli. Con la ricchezza soprannaturale feconda
come dall’interno, fortifica, completa e restaura in Cristo
le qualità dello spirito e le doti di ciascun popolo. In
tal modo la Chiesa compiendo la sua missione, già con questo
stesso fatto stimola e dà il suo contributo alla cultura
umana e civile e, mediante la sua azione, anche liturgica, educa
l’uomo alla libertà interiore” (GS 58; EV 1/1513).
La Chiesa è tornata più volte sull’argomento:
uno degli ultimi interventi si è avuto durante il Sinodo
dei vescovi sulla Vita Consacrata alla vigilia del terzo millennio.
I vescovi hanno sottolineato sia l’importanza dell’evangelizzazione
della cultura e delle culture, sia l’importanza del rapporto
tra vita religiosa e cultura, un impegno talora sottovalutato o
frainteso in questi ultimi decenni, ma la cui urgenza è oggi
avvertita a ogni livello, nella Chiesa e nel mondo.
Il Sinodo ha riconosciuto e ribadito l’interagire di vita
religiosa e cultura nel cammino storico concreto, in cui ciascuno
è impegnato a crescere come persona umana uscita dalle mani
di Dio e coinvolta nel suo mistero di amore e perciò di servizio
per tutta l’umanità.
Tra le cause che hanno portato alla crisi culturale odierna vanno
ricordate lo scarso valore che si dà alla vita; la facilità
di dare o procurarsi la morte; l’edonismo diffuso; un incontrollato
tecnicismo; l’espansione dell’egoismo; il rifiuto del
trascendente.
La crisi, che non ha risparmiato i consacrati, si manifesta in “uno
smarrimento del ruolo dell’intelligenza”, ha detto il
Papa, e in una diffusa disattenzione che provoca una grave perdita
di valori e di identità della stessa vita religiosa, spinta
a percorrere vie nuove – fatto peraltro indispensabile e irrinunciabile
– ma in modo confuso e talora addirittura sbagliato.
In un tempo di forte massificazione dei media, dell’ uso di
tecnologie sempre più avanzate, di flussi migratori sempre
più massicci, anche il religioso ha bisogno di adeguati mezzi
di discernimento dei messaggi per vivere in relazioni armoniose
con se stesso, con gli altri e con l’ambiente, facendo sì
che tutto sia a servizio dell’uomo e non contro di lui.
Da tempo si dice che la rivoluzione del XXI secolo sarà quella
dell’informazione integrata, che si svolgerà in un
ambiente di libera circolazione di popoli, con nuove tecniche della
comunicazione che interesseranno anche i settori dell’educazione
e del tempo libero: per questo la persona ha bisogno di essere formata
integralmente e non rischiare di essere strumentalizzata per fini
impropri.
Occorre una grande passione per l’uomo, passione che la Chiesa
deriva e assorbe direttamente da Cristo. “Se in Lui –
è stato scritto – la Trinità tutta ha investito
il suo interesse per l’umanità, “interesse”
nel senso etimologico di inter esse, cioè disegno di incarnazione
e di condivisione dell’umano – la Chiesa ne prolunga
il cammino salvifico nelle vie della storia”.
Essa avverte, perciò, la propria responsabilità pastorale
nel vasto e variegato campo della cultura e persegue un’evangelizzazione
che non solo si inserisce nella cultura, ma la produce. Questa sua
azione avviene nel quotidiano concreto, dove le urgenze emergenti
si fanno sempre più numerose, impreviste, imprevedibili,
drammatiche e improrogabili. La vita religiosa non solo si è
sempre ritrovata in questo impegno, ma vi ha partecipato a livelli
che vanno dalla catechesi alla formazione professionale; dalle istituzioni
accademiche nei vari rami della scienza alle biblioteche (si pensi
alle iniziative in questo campo dei missionari); dalla diffusione
del pensiero filosofico-teologico all’irradiazione culturale
rappresentata dalle varie espressioni dell’arte, della musica,
del teatro sacro e via dicendo.
Notevole anche il contributo della vita consacrata nel dialogo con
le culture del mondo contemporaneo, dal quale può sgorgare
uno stile di evangelizzazione che va al cuore e che consente all’uomo
di oggi di incontrarsi con la buona notizia che Gesù è
il Signore. Se questo non è sempre avvenuto, o se in molti
casi i religiosi hanno demandato ad altri tale impegno, è
stato o per un mancato riconoscimento dell’importanza della
cultura o per la scelta di attività più urgenti, accompagnate
talora da risultati visibili e gratificanti.
All’origine di queste scelte vi è stata forse una sottovalutazione
delle esigenze della formazione e dell’autoformazione della
“personalità religiosa”, con frequenti crisi
di identità o cadute nel conformismo o nell’attività
esasperata. Da più parti si dice che occorre impegnarsi nel
servizio approfondendo ciò a cui il servizio mira: la crescita
della persona nella sua interezza. E’ quanto hanno ricordato
sia Paolo VI che Giovanni Paolo II, stimolando la nascita di una
consapevolezza nuova, accompagnata dalla certezza che essere testimoni
della verità non implica né produce intellettualismo,
ma presenza nella vita, in modo da cercare possibili soluzioni di
giustizia e di pace per i problemi umani.
La Chiesa fa questo a livello mondiale, perché ovunque si
avvertono in modo nuovo i problemi dell’educazione e della
cultura; la vulnerabilità delle nuove generazioni di fronte
alle manipolazioni in ogni campo; l’espandersi di fenomeni
preoccupanti (droga, criminalità, aborto, prostituzione);
la crisi dell’istituzione scolastica; il dibattito sulla scuola
cattolica; la disgregazione della famiglia; le violenze sull’infanzia;
il disagio giovanile; l’inculturazione e il dialogo interreligioso,
ecc., avviando iniziative di valido spessore culturale e formativo.
Entrare nel campo della cultura significa, per un religioso, entrare
con reverenza in relazione con il mistero di Dio, dell’uomo
e del cosmo. Di qui l’atteggiamento di servizio nell’impegno
educativo, inteso come lavoro per la trasmissione di un modo di
concepire la vita “secondo Dio”, con tutto ciò
che questo comporta.
Più la vita religiosa è autentica, più è
attenta alle diverse espressioni della cultura umana e più
è sensibile alla loro evangelizzazione, non per specializzazioni
particolari (molti laici potrebbero fare altrettanto), ma per la
specificità di essere persone consacrate di cui la Chiesa
ha bisogno per “testimoniare in modo splendido e singolare
che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio
senza lo spirito delle beatitudini” (LG, 31).
Questo vuol dire che la vita religiosa, per il solo fatto di esserci,
educa alla cultura, è in sintonia con i bisogni più
profondi del cuore dell’uomo e aiuta a conoscere la verità.
Tale impegno non riguarda solo quei religiosi a cui spetta e compete
fare cultura nei luoghi e nei livelli ufficiali, ma tutti i religiosi,
indipendentemente dal campo in cui sono inseriti.
Questo comporta ovviamente la riscoperta di uno studio serio e costante,
che vada al di là dell’acquisizione di titoli accademici
e di competenze professionali. Studio sapienziale, stimolato dalla
preghiera e capace di nutrire la preghiera. Modello di tale studio
è senza dubbio Maria, di cui Luca ricorda il “ripensare”
e “confrontare” tutto ciò che accadeva in lei
e attorno a lei (Lc 2,19 ,51).
Egidio Picucci
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