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In margine alla prima Giornata del Rifugiato

RIFUGIATI: DRAMMA SULLA COSCIENZA DEL MONDO

“La bomba del duemila saranno gli esuli”. Fu una facile profezia fatta sei anni fa del Worlddwatch Institute, il centro americano che si interessa dell’evoluzione sociale, economica e ambientale del pianeta. In quell’anno i rifugiati erano 125 milioni; oggi sono di meno, tuttavia insieme formerebbero una nazione più popolata dell’Australia.
Sbagliò invece chi diede vita all’Acnur, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, costituito nel 1951 per far fronte a un’emergenza che, nell’opinione comune, si sarebbe limitata all’Europa e avrebbe dovuto risolversi nel giro di tre anni. I problemi, come la vita, si ammalano, ma non muoiono.

Ai profughi si sono aggiunti gli sfollati (la differenza giuridica tra i due gruppi è così sottile e artificiosa che è andata quasi subito in crisi), appartenenti a tutti i ceti sociali: contadini, operai, laureati, professionisti, anche se prevalgono mamme e bambini in tenera età e orfani. Si muovono con tutti i mezzi, e, pur creando ricchezza, debbono adattarsi a un’esistenza precaria, degradante, costretti a rimediare un alloggio e spesso anche a rinunciare a una vita affettiva. Nessuna meraviglia, perciò, che la loro presenza sia elevata nelle carceri, dove spesso superano il 10% dei detenuti, per cui viene spontaneo chiedersi perché si muovono.
Le cause ovviamente sono molteplici e, stando al giudizio di 50 rappresentanti di alcune Conferenze episcopali africane ed europee, sono di natura politica, economica ed ecologica. Le prime sono costituite “dall’oppressione di individui, di organizzazioni, di gruppi religiosi ed etnici; dalle guerre civili; dai conflitti interstatali per rivendicazioni di frontiera; dalle velleità espansionistiche”.

Molti conflitti sono vecchi di anni; altri sono ancora in atto, con pesanti ripercussioni sulle economie nazionali, impoverite dal debito estero; dalla diminuzione degli aiuti internazionali; dalla “necessità” di acquistare le armi; dalla mancanza di investimenti stranieri e dalla fuga dei capitali. Tutto questo impone ai governi di accettare le politiche economico-finanziarie imposte dall’esterno (programma di aggiustamento strutturale), facendo pagare all’uomo della strada il prezzo degli errori commessi dall’élite al potere. E quello, per evitarlo, emigra.
Come emigra chi è vittima dell’intolleranza religiosa, della discriminazione razziale e della violazione dei diritti umani, cercando rifugio o all’interno dei propri Paesi o in quelli vicini. Il fenomeno infatti, nonostante le apparenze contrarie, a livello mondiale tocca non tanto i Paesi ricchi, quanto quelli poveri. Nove profughi su dieci vivono lì, se non altro perché non hanno possibilità di recarsi lontano.

Sul piano economico ed ecologico, le cause sono da individuare nella stagnazione economica, che incatena i Paesi a un’economia mondiale dominata dall’Occidente, e nell’aumento della deforestazione, della desertificazione, della siccità e dei disastri provocati dall’incuria dell’uomo. Le stesse carestie sono spesso dovute a politiche agricole disastrose e all’impossibilità di coltivare terreni disseminati di mine anti-uomo o addirittura trasformati in campi di battaglia.
Se si dovesse arrivare ai gravi cambiamenti climatici che sul piano della ricerca sono ancora oggetto di controverse discussioni e se davvero le zone desertiche dovessero coinvolgere le valli fluviali e le zone densamente abitate, nessuno conterebbe più i famosi “profughi dell’ambiente” che si allontanano da terre incapaci a nutrirli o perché esaurite o perché condivise con troppa gente.

Vi sono infine ragioni psicologiche e sociali che, nel contesto di cambiamenti ormai generalizzati, spingono i giovani a rompere con tradizioni antiche e spesso costrittive, cercando libertà negate e gestendo a piacere il denaro guadagnato.
Oggi la sensibilità internazionale nei confronti dei profughi va lentamente cambiando: la nuova filosofia parte dall’analisi che “produce i profughi”, per cui si parla sempre meno di “diritto d’asilo”, privilegiando il “diritto a rimanere” nella propria terra, evitando agli interessati il pericolo di perdere l’identità etnica in un “limbo culturale” privo dei supporti dell’etica, dei costumi e della lingua originaria. Per questo le organizzazioni internazionali cercano di monitorare, in chiave preventiva, le situazioni di crisi, agevolandone il superamento prima che diventino esplosive.

La via maestra da percorrere perché la situazione non peggiori, pare essere proprio quella della vigilanza sui possibili focolai di crisi e dell’informazione tempestiva all’opinione pubblica e agli organismi internazionali interessati. In questo campo il lavoro per i missionari (specialisti della Chiesa “esperta in umanità”, come l’ha definita Paolo VI), per i volontari delle Ong e per le organizzazioni umanitarie è sconfinato.
Nell’attesa che si raggiungano i risultati sperati, i cattolici sono chiamati a disinnescare la “bomba del 2000” ispirandosi alla logica imparata sulla strada che da Gerusalemme porta a Gerico e che insiste sul dovere di farsi prossimo, più che interrogarsi su chi è il nostro prossimo.

Egidio Picucci

 

 

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