|
Sei
qui: Home > Pubblicazioni
> Archivio articoli > "Risorti”
prima della risurrezione
“RISORTI” PRIMA DELLA
RISURREZIONE
Una delle certezze più assolute
dell’africano nei confronti di Dio è espressa in questo
proverbio ruandese:”Umuntu arasinzira, Iyamuremye ntisinzira:
l’uomo dorme; colui che l’ha creato non dorme mai”.
Per questo Egli è considerato il vero benefattore universale,
colui che distribuisce (Manirabaga ), che dà per amore (Itangikunda
) tutto quello di cui l’uomo ha bisogno: salute, fecondità,
raccolti, vittorie, misericordia. Tuttavia, anche se nella religione
tradizionale manca l’idea di peccato nel senso cristiano,
cioè la disubbidienza cosciente alla divinità - Ntawurogimmana,
nessuno può avvelenare Dio - dicono ancora i ruandesi, perché
è assente l’idea di un’intimità amorosa
con lui, di Dio si ha una certa paura perché, se si trasgredisce
anche un semplice interdetto (guardare un persona che non si deve
vedere, mangiare una pietanza proibita), egli può tener lontana
la pioggia, può distruggere i raccolti con la grandine, può
mandare a vuoto una battuta di caccia, può privare gli sposi
del dono dei figli.
“I cattolici - dicono concordemente i missionari - sono liberi
da queste paure, perché, una volta scoperta la vera paternità
di Dio, provano la gioia della liberazione e, se dovesse sopravvenire
la colpa, quella del perdono.
“La festa che fa sperimentare maggiormente questa realtà
- ha detto un missionario comboniano che lavora in Uganda - è
la Pasqua, attesa come la grande festa della vita, della redenzzione
e della speranza, soprattutto da parte dei catecumeni e dei penitenti
che vengono riammessi ai sacramenti.
Durante la quaresima i catecumeni intensificano la preparazione
al battesimo nel proprio villaggio o, se c’è, nel catecumenato
della missione, partecipando alle istruzioni, alle preghiere e al
lavoro manuale. Impressionante la passione con cui parlano della
“vita” che riceveranno e l’impazienza con cui
attendono la notte di Pasqua per poter far parte della “famiglia
di Dio”.
Per questo il battesimo (si parla ovviamente di quello degli adulti)
è una festa collettiva, allietata da canti, danze, sorrisi,
trilli di gioia che si prolungano fino all’alba e che contrastano
con lo sconforto di chi, per qualche ragione, è stato costretto
o consigliato a rimandare il rito. E’ sorprendente la serenità
di chi ha capito che la fede lo ha liberato dalle paure tribali,
e ammirevole la certezza che solo Dio è vicino a chi soffre
per la guerra, la malattia o la fame.
Più bella e più eloquente è la riammissione
alla chiesa di chi, per qualsiasi ragione, ha tralasciato per cinque
o più anni i sacramenti. Prima di poterli ricevere nuovamente
essi debbono fare un cammino pubblico di riconciliazione, come pubblico
è stato l’abbandono.
Il cammino è semplice e significativo. Dopo essersi accordati
con il catechista e aver incontrato il missionario, i “penitenti”
sono invitati a manifestare pubblicamente i motivi per cui hanno
tralasciato la pratica della vita cristiana. In genere si tratta
di motivi che tutti conoscono, ma a volte si dà il caso che
ce ne siano alcuni noti solo agli interessati. Essi vengono detti
ugualmente. Per gli occidentali potrebbe sembrare un’assurdità:
per i nostri cristiani è invece la cosa più naturale
del mondo.
I “penitenti” partecipano poi a un corso particolare
di catechesi, lavorano un campo comune, vendonone i raccolti per
arricchire l’agape della riconciliazione, e durante la settimana
santa si preparano al momento del “grande ritorno” con
un ritiro di tre giorni.
La comunità li sostiene con la preghiera e li accompagna
con l’esempio. Il giorno di Pasqua essi entrano processionalmente
in chiesa vestiti di bianco e sono riammessi all’Eucaristia
fra un tripudio di canti che inneggiano alla loro “risurrezione”,
accomunata a quella di Cristo. L’esultanza è così
coinvolgente e la consolazione così contagiosa che la cerimonia
diventa una catechesi vivente e trascinante, tanto che molti chiedono
di fare lo stesso cammino.
La festa dura tutto il tempo pasquale e si conclude a Pentecoste,
dato che i “riconciliati” (ora si chiamano così)
si dividono in gruppi e vanno in tutte le cappelle della missione
raccontando la loro esperienza e trascinando l’intera comunità
nella loro gioia. Ottiene di più la loro festosa testimonianza
che un anno di catechesi.
Il giorno di Pentecoste si celebra la festa conclusiva con la partecipazione
di tutti i villaggi a una lunga e solenne liturgia, come solo nei
Paesi di cristianesimo giovane è dato vedere. I protagonisti
sono al centro dell’attenzione generale, sia perché
sono “rinati” nel Cristo Risorto, sia perché
la comunità chiede loro di manifestare la propria gratitudine
al Signore impegnandosi a servire i poveri, i malati e le persone
sole.
Nessuno rifiuta; i nostri migliori collaboratori li troviamo proprio
in mezzo a loro.
In sei anni di lavoro, conclude il missionario, ho avuto la gioia
di veder tornare alla Chiesa quasi duemila persone, serene, liete,
soddisfatte. Leggere negli occhi degli uomini poveri e semplici
o delle donne ricche solo di figli l’entusiasmo proprio dei
convertiti, è una soddisfazione che ripaga cocenti amarezze
e prostranti delusioni: è la certezza di vedere dei “risorti”
prima della risurrezione finale”.
Egidio Picucci
|
|