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Nel quarto centenario della nascita del “Santo dei voli”

S. GIUSEPPE DA COPERTINO OSPITE
DI DUE CONVENTI CAPPUCCINI DELLE MARCHE

Nella vita di S. Giuseppe da Copertino (1603-1663), gloria dei Frati Minori Conventuali, c’è una breve parentesi di quattro anni passati fuori dalle residenze del suo Ordine, ospite di due conventi dei Cappuccini delle Marche: Pietrarubbia e Fossombrone. Il primo si trova nel Montefeltro, poco lontano da S. Leo, famoso per la rocca inaccessibile; il secondo nella vallata del fiume Metauro, tra Fano e Cagli, quindi ambedue in Provincia di Pesaro.
Si tratta di conventi piccoli, isolati anche oggi e pieni di storia, perché quello di Pietrarubbia è uno dei primi costruiti dai Cappuccini (fu aperto nel 1531, tre anni dopo l’approvazione dell’Ordine), mentre quello di Fossombrone è conosciuto come il “Colle dei Santi” per aver ospitato religiosi canonizzati - S. Serafino da Montegranaro, il B. Benedetto da Urbino e lo stesso S. Giuseppe - o morti in concetto di santità, come il Ven. Fra Marcellino da Capradosso, Fra Costantino da Poggioberni e altri meno conosciuti, ma altrettanto virtuosi.

A Pietrarubbia P. Giuseppe arrivò il 25 luglio 1653, dopo un avventuroso viaggio cominciato ad Assisi, dove era entrato in volo nella carrozza che l’attendeva all’ingresso del sacro convento. Durante il tragitto avvennero episodi che misero in evidenza la sua singolare santità, il suo spirito di sottomissione e di gratitudine perfino verso un locandiere che, forse a conoscenza di quanto stava accadendo, gli raccomandò di “non pigliarsi fastidio” perché Dio l’avrebbe aiutato.
Stupito per quelle parole che gli venivano da un pulpito insolito, il santo regalò all’oste la tabacchiera che fu conservata come una reliquia, tanto più che per lungo tempo mandò un profumo particolare. Attraversando l’Appennino la piccola comitiva smarrì la strada, che fu ritrovata solo quando si diede ascolto al suo consiglio, e cioè di lasciar liberi i muli, “perché chi li guida sa ben guidarli”.

Al convento furono accolti con estrema cortesia, come si conveniva sia a chi sarebbe ripartito come, e più, a chi sarebbe rimasto. Da buon religioso, P. Giuseppe si inginocchiò davanti al superiore, P. Giambattista da Montegrimano, individuato sorprendentemente fra tutti, chiedendogli umilmente la benedizione. Sorpreso e sbalordito, questi per un attimo restò senza parola. Quando si riebbe gli chiese:“E come sapete che sono io il superiore”. “Io ti conosco bene - rispose il santo stropicciandosi gli occhi e lasciando di stucco tutti, inquisitore compreso - ti ho già visto insieme ai tuoi frati e al convento”.
La rivelazione era una conferma della santità del fraticello, ma “insufficiente” a far cambiare decisioni già prese, una delle quali riguardava l’assegnamento della stanza più piccola e più spoglia del convento. Fu trovata in un corto corridoio e con un particolare a cui nessuno badò, ma che riempì di gioia P. Giuseppe: una finestrina che consentiva di vedere il tabernacolo. Egli fu tentato di entrarvi in ginocchio: quella finestra gli permetteva di vedere il paradiso. La cella c’è ancora, trasformata in cappella e rimasta nello stupore del suo rapido passaggio.

Inutile dire che l’allontanamento da Assisi non portò automaticamente con sé l’allontanamento della gente da P. Giuseppe, motivo principale del suo trasferimento. Qualche giorno dopo l’arrivo, infatti, la piccola chiesa del convento, che ogni mattina traboccava di gente, andò in visibilio perché durante il ringraziamento alla Messa egli andò in estasi, prendendo in contropiede i religiosi i quali, per timore di mancare agli ordini ricevuti, lo sollevarono di peso e lo portarono in cella con tutto il genuflessorio.
Quando si riprese gli raccontarono quello era successo e lui, sorridendo, disse:”Padre guardiano mio, basta la parola obbedienza”, volendo dire che un semplice comando era più che sufficiente a farlo rientrare in sé.
La sua Messa era la più affollata, anche se durava oltre due ore, con grave disappunto del superiore, preoccupato per l’eccessivo consumo delle candele. Una mattina glielo fece notare, e lui, abbracciandolo, lo tranquillizzò dicendogli: “Di questo ti pigli fastidio, guardiano mio? Lascia fare a me: domani mando alla cerca il mio vecchierello che troverà tanta cera quanta ne occorrerà”. Il vecchierello era S. Felice da Cantalice, sul cui altare celebrava Messa. Il giorno dopo furono trovati sulla tovaglia due fasci di candele che bastarono per tutte le circostanze finché P. Giuseppe restò in convento.

Al miracolo delle candele si aggiunse la guarigione del fratello d’un religioso di S. Agata Feltria; quella di un cieco di Urbino e di altri malati che venivano da tutto il Montefeltro, facendo del convento una probatica piscina in cui tutti guarivano. Temendo un intervento pesante dei superiori, il guardiano pensò di isolarlo completamente, fino a fargli celebrar Messa a porte chiuse. Inutile: la gente scoperchiò il tetto per assistervi dall’alto. Allora arrivò al punto di proibirgli la celebrazione, ma prima che glielo comunicasse lui, il diavolo lo avvertì con una strana apparizione. La proibizione fu comunque limitata a un giorno solo.
Mentre il povero guardiano era in angustia per non sapere come comportarsi con un ospite così particolare, senza venir meno agli ordini ricevuti, il P. Provinciale P. Giuseppe Maria da Fossombrone, sapendo chi aveva in casa, gli mandò per confessore uno dei migliori religiosi della Provincia, ex missionario nel Congo e famoso per aver portato al Papa una lettera che testimoniava la conversione della regina Singa, la sanguinaria. Si trattava di P. Antonio Maria da Monteprandone (AP), di convento in Ancona. Un testimone ha lasciato scritto quanto gli narrò P. Giovanni Battista da Sarnano sull’incontro tra i due. “Entrato nella cella del padre Copertino e salutatisi insieme, restarono subito mutoli e infiammati, stando per qualche spazio di tempo senza proferir parola, et il detto padre Giovanni Battista bene partì lasciandoli a quel modo insieme. Ritornato poi in cella dal padre Copertino, in tempo che il padre Antonio Maria era uscito, il padre Copertino disse al padre Giovanni Battista le formali parole:’Figlio, bisogna scrivere allo Provinciale e ringraziarlo tanto e poi tanto che mi ha mandato un homo secondo il cor mio; a chisto, a chisto (a questo) bisogna haver devotione che gli ha parlato la Madonna, figlio, gli ha parlato la Madonna, figlio!’

Pietrarubbia divenne in pochi mesi una seconda Assisi, per cui fu deciso un isolamento più rigido in una località sconosciuta. La gente, che si aspettava da un momento all’altro una mossa del genere, si sparse lungo la strada, inginocchiandosi e facendo il segno della croce al passaggio della carrozza a sportelli chiusi. Naturale che P. Giuseppe chiedesse dove lo portavano. Gli fu risposto che l’avrebbe saputo più tardi. “Ci sarà almeno un crocifisso dove mi portate? ”, chiese con una certa preoccupazione. “Certamente; anzi, ce ne sarà più di uno”. “Allora andiamo allegramente, perché il crocifisso ci aiuterà”.
Il crocifisso che lo aiutò, confortandolo ed esortandolo all’obbedienza, è ancora nel convento di Fossombrone, in una nicchia che ne ha di fronte un’altra in cui è chiusa una piccola statua del Santo, fatta col tronco dell’albero su cui volò la domenica dopo Pasqua, portandosi in grembo “il pecoriello” (l’agnellino) trovato nell’orto e che gli ricordava il Buon Pastore, festeggiato quel giorno.

A Fossombrone le restrizioni furono maggiori e mancò al santo il conforto d’una finestra aperta sulla chiesa. Quella della stanzetta che gli fu assegnata (anch’essa trasformata in cappella e con il soffitto rosso di stelle dipinte da lui) permetteva di vedere solo il cortiletto con i davanzali rossi di gerani e l’immancabile pozzo al centro. Scrupoloso fino all’inverosimile nell’osservare l’isolamento che gli era stato imposto, egli non si permetteva neppure di aprirla, lasciando che lo facesse il fratello incaricato di servirgli il cibo.
Una sera, portandogli la cena, questi lo trovò appoggiato sul davanzale, la finestra stranamente aperta. “Che succede questa, padre fra Giuseppe?”, chiese con spiegabile stupore.
“Senti? - gli rispose lui invitandolo a tendere l’orecchio sul cortile - sta arrivando la carrozza che mi porterà a Osimo”.
Mezz’ora dopo la carrozza era lì e lo portò davvero a Osimo, dove tuttavia non sarebbe mai arrivata se non fosse stato lui a prendere le briglie e a guidare i cavalli nella notte illune e silenziosa.

Egidio Picucci

 

 

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